Butch Portrait

Butch Morris, New York, 2011 - © Rossetti-PHOCUS AGENCY
Butch Morris, New York, 2011 – © Rossetti-PHOCUS AGENCY

Scrivere con la luce

Scrivere con la luce è una nuova rubrica che darà spazio ad immagini e racconti di fotografi del jazz (e non solo): uno scatto, un racconto delle circostanze in cui è avvenuto, premesse, visioni, promesse, avvistamenti, memorie, deragliamenti, mitologie e biografie.
Iniziamo con un grandissimo: Butch Morris (1947-2013), l’inventore della Conduction, un compositore ed un musicista che lasciato tracce profonde nei cuori e nelle orecchie di chi ha ha incontrato la sua imprendibile musica, ritratto da Luciano Rossetti.
Scrivere con la luce.
Le immagini suonano. (Nazim Comunale)

Stavo cominciando a riordinare le idee su cosa avrei fatto a New York la settimana dopo, eravamo ad inizio giugno 2011, solita giornata dedicata alle gallerie a Chelsea, MoMa, MET, magari quest’anno il PS1, ovviamente l’appuntamento fisso nel tardo pomeriggio al Vision Festival, che oramai seguivo tutti gli anni da un po’.
Scrivo una mail a Butch, ricordandogli che abbiamo un appuntamento per fare qualche foto.
Lui non ha mai amato particolarmente i ritratti, non gli piaceva mettersi in posa.
Dalla prima volta che ci siamo incontrati si è subito instaurato un bel rapporto di amicizia e lui mi ha sempre dato il permesso di fare quello che volevo per fotografare la sua vita musicale: prove, soundcheck, sul palco, dietro il palco, ai suoi workshop, a pranzo, dove volevo, a volte era lui che veniva a cercarmi per portarmi nei camerini prima e dopo le sue Conduction.
Ma i ritratti… uhm …
Comunque, mi dà appuntamento di pomeriggio in zona Tompkins Square Park, all’angolo di Avenue B, la via del Nublu, dove lui era di casa.
Mi porta al Casimir, tra i suoi ristoranti preferiti (adesso ha cambiato gestione e si chiama Pardon My French, cucina francese, non male), gli piacerebbe fare lì le foto ma continua a chiedermi “ma sei sicuro?”.
Posto bello, c’è una stanza con un bel pavimento blu turchese e un vecchio quadro alla parete molto interessante, a quell’ora la luce che entra dalla grande finestra è fantastica, calda.
Continuiamo il giro nell’East Village, i bambini che incrociamo lo salutano, “Hi Butch”, lo conoscono tutti, tutti vogliono bene a Butch.
Restiamo d’accordo che ci troviamo lì il giorno dopo alle 16 e 30, prima che apra il locale, in modo da poter fare le cose con calma.
Il giorno dopo, puntuali entrambi all’appuntamento.
Butch si è messo “elegante”: calzoncini corti, camicia in tinta e ciabatte indiane, lo adoro.
Prima qualche foto fuori, nel cortiletto interno, molto carino, ma luce non un granché.
Andiamo nella stanza che avevo adocchiato il giorno prima, bellissima luce.
Sposto un po’ i tavolini, le sedie, ne lascio una per Butch, sotto il quadro, pronti.
Faccio un paio di scatti e Butch salta in piedi, corre alla finestra, la apre: “Hi Anthony, how are you?”… era Anthony Coleman che stava rientrando a casa con le borse della spesa.
Proseguiamo.
Silvia, la mia compagna, mio secondo sguardo (beh, lei dice che io sono il braccio e lei la mente, ma lasciamo perdere), non trova di meglio dove sedersi che su una panca all’ingresso della stanza, peccato che dopo qualche scatto mi accorgo che le sue gambe, di un bel nobile pallore, entrano nell’inquadratura, non è il massimo.
“Gentilmente” le chiedo di spostarsi, che mi sta rovinando la foto.
Butch non condivide, ed è lui a riprendere subito me: “Luciano, Silvia deve stare lì, se le sue gambe entrano nella foto è perfetto, sarà sicuramente una foto interessante”.
Avevano ragione loro due, fine della storia.