BURIED SLEEPER, Colosseum

Buried Sleeper

In un periodo di saturazione della scena stoner/doom ecco spuntare fuori dalle umide terre scozzesi qualcuno in grado di portare un po’ di novità. Dall’attacco di “Doem Kraai” ci si aspetterebbe una band sludge tout court, caratterizzata dalla presenza di vocals scorticate e melmosi riff di chitarra. A dire il vero, però, qui non c’è nemmeno un filo di hardcore, e questa è un’altra sorpresa. I Buried Sleeper suonano sì pesanti e oscuri, ma viaggiano sempre su quella sottile linea che divide il doom psichedelico dal prog meno cerebrale. In effetti, nella loro musica c’è molta ricerca sia in fase di songwriting sia per quanto riguarda la resa degli arrangiamenti. Talvolta fanno addirittura capolino alcune parti elettroniche, come ad esempio in “Pale Blue Dot”, lunga traccia che inizia come se dovesse essere uno strumentale, ma si evolve in una direzione differente, sempre più evocativa. “Planetary Indecision” è in questo senso paradigmatica, in quanto condensa gli elementi sinora descritti in appena un paio di minuti di durata, mettendo in primo piano dei bei riff melodici che, pur ripetendosi alcune volte, non arrivano a stancare e creano un buon tappeto per le malinconiche armonie vocali. Con “Manticore” il suono si irrobustisce e la musica tende a farsi groovy e ipnotica, ricordando molto da vicino alcuni episodi contenuti nell’album omonimo degli Abdullah. “Finite Lord” è forse la traccia più avventurosa del disco: con i suoi dieci minuti di durata porta l’ascoltatore verso nuovi territori, tendenzialmente affini alla psichedelia in senso stretto. Soprattutto la sua fase iniziale, in cui il suono è nitido e l’atmosfera rarefatta si avvia verso un crescendo che la porterà a divenire un brano doom lento ma mai troppo pesante, è un buon biglietto da visita per comprendere l’attitudine dei Buried Sleeper. Sempre sospesi fra prog e doom, arrivano verso la conclusione proponendo addirittura dei cori che ricordano gli Orphanage di By Time Alone, per poi ripiombare nella cullante psichedelia della title-track e nel rumorismo della conclusiva “Temple Of Nothing”. Colosseum rappresenta un ottimo esempio di come si possa rendere piacevole un album pur non inventando nulla, ma riuscendo nel tentativo di mescolare gli ingredienti dei quali è costituito in modo fresco e interessante.