BONG, We Are, We Were And We Will Have Been

BONG, We Are, We Were And We Will Have Been

Da un titolo densamente evocativo e un artwork di ampio respiro (particolare di un’opera di Joseph Mallord William Turner) tutto ci si potrebbe aspettare tranne che psichedelia melliflua e ancora meno di lasciarsi avvolgere dall’atmosfera surreale che We Are, We Were And We Will Have Been riesce a plasmare. Almeno sino a quando non compare la voce, che per chi scrive contribuisce a smorzare l’intensità di “Time Regained”, ponendo delle parentesi all’interno di un discorso sorretto da note scelte con parsimonia e tese a instaurare un sottile equilibrio le une con le altre. Paradossalmente, invece che donare ulteriori sfumature di suono, le linee vocali paiono togliere quel qualcosa di indefinibile che la sola musica riesce a comunicare. Per instaurare un dialogo con l’ascoltatore sarebbe sufficiente sfruttare al massimo la capacità dei Bong di reiterare determinate soluzioni stilistiche senza risultare ridondanti. Cercare di arricchire la propria formula sonora diviene quindi un’arma da maneggiare con cautela. Da un punto di vista strutturale, “Find Your Own Gods” può essere assimilata alla produzione degli Om, cui aggiunge alcuni rimandi alle improvvisazioni dilatate dei SubArachnoid Space. Qui si rivela pienamente la natura della formazione inglese, suo malgrado intrappolata entro schemi che tenta di superare a fatica.