BLEETH, Harbinger

Siamo a Miami. Fa un caldo micidiale. La spiaggia è gremita di giovani puledri dalla pelle dorata, culi a perdita d’occhio, palestre con il pavimento di sabbia, occhi nascosti da lenti scure, famiglie serene che prendono il gelato per i loro figli. Divertimento, spensieratezza, serenità, palme. Bene, in questo clima frizzante e leggero, se riuscite a districare le orecchie dalle urla divertite e la musica da spiaggia, sentirete provenire da un bassofondo incrostato distorsioni abrasive. Nel caso il lamento metallico vi aggradasse, seguendone le note viscerali, probabilmente finireste nella sala prove dei Bleeth, trio di Miami che disturba la quiete pubblica già da alcuni anni (primo album Geomancer, 3/8/2018). I ragazzi però non sono soli. C’è una forza uguale ed opposta a quella del paradiso marittimo che pulsa di vibrazioni sgangherate creando un flusso magnetico underground: Torche oppure Holly Hunt, per citarne un paio. I Bleeth in questo scenario vogliono dire la loro e lo fanno con Harbinger, un ep di 6 brani che esce per la Seeing Red Records. Pezzi diretti, raschianti, che non lasciano spazio a fraintendimenti, ricordando tutta quella scena metal Novanta. Figli di Unsane, Eyehategod, Sleep, Neurosis. Pochi pezzi ma variegata la proposta musicale. “Initiation” è il primo brano e spicca per la presenza di una voce femminile (Lauren Palma, chitarra e voce) che si appoggia con una melodia quasi atonale a dei riff granitici di chitarra. Lento, cadenzato, corrosivo. Dopo due minuti le acque dense e scure vengono smosse da un repentino cambio di velocità, dal doom a una reminiscenza di hc per poi virare verso lo sludge/noise con la voce torturata di Ryan Rivas (basso e voce). “Skin Of Your Teeth”, di cui è presente il video musicale sul tubo, parte con un prezioso riff di chitarra che il batterista (Juan Londoño) sa imbrigliare a meraviglia, mescolandoci qualche venatura tribale. Facile lasciarsi trascinare nell’incendio mentre la casa brucia e volerne ancora di più. Un accordone aperto che potrebbe diventare una coda super doom invece lascia cadere il brano nell’oblio. A farci risorgere ci pensa Ryan Rivas che con il suo basso apre “False Prophets”. Lauren anticipa la chitarra prima che il brano esploda di rabbia per una tavola da skate rotta piuttosto che per una chiesa incendiata male. Con “Convenient Drowning” si ritorna nell’aggressività hc grazie alla voce di Ryan Rivas e alle percussioni serrate: un minuto e 40 che ci infila in un uragano di angoscia martellante. I Bleeth arrivano dritti alle budella torcendole in una morsa senza scampo. “Pendulum”, penultimo pezzo, con i suoi palm muting meccanici e le aperture melodiche sul finale ci coinvolge nel pogo fradicio di birra e sudore. Territori aridi, colmi di detriti appuntiti. Dopo un’introduzione da manuale noise/hc “Dystopia For Dessert” si placa lasciando spazio a un basso pulito prima di esplodere in un duetto vocale tra Lauren e Ryan, sormontati dalla monolitica macchina basso/chitarra/batteria. Un trio minaccioso come una mandria di elefanti impazziti. Nulla di nuovo ma è sempre piacevole risentire certe sonorità soprattutto se proposte con un mix di influenze che per chi ama una certa scena musicale di inizio Novanta sono senz’altro succose perle acide.