BELL WITCH, Mirror Reaper

Mirror Reaper segna il ritorno dei Bell Witch in seguito alla morte di Adrian Guerra (batteria, voce) e vede la partecipazione di Jesse Shreibman (batteria, voce, organo) e di Erik Moggridge (voce), oltre naturalmente al fondatore Dylan Desmond (basso, voce). I trascorsi di quest’ultimo nei Samothrace devono averlo spinto a rallentare ulteriormente i tempi delle composizioni, che divengono ora delle litanie dolenti, pervase da una malinconia che si rivela sin dall’inizio avvolgente nella sua drammaticità enfatica. Rispetto a quanto proposto su Four Phantoms (2015), il suono – ottenuto da Billy Anderson (Swans, Sleep, Neurosis, …) – diviene più organico e introspettivo, permettendo il raggiungimento di una profondità emotiva sinora appena sfiorata. Il ricorso ad alcune linee vocali registrate in passato da Adrian Guerra amplifica questa sensazione. Date le premesse che hanno condotto la formazione di Seattle a comporre Mirror Reaper, ne risulta un episodio (suddiviso in due parti) meno complesso di quanto registrato in passato ed estremamente commovente nella sua apparente linearità. Nelle parole della band stessa: The title Mirror Reaper is indicative of the Hermetic axiom ‘As Above, So Below’, written with two sides to form one whole. The song is both its own and its reflection, as an opposite is whole only with its contrary. Our focus as a band has always been the perception of ghosts and the implied archetype of the dichotomy of life/death therein. Il contrasto tra le linee vocali ruvide utilizzate nella prima parte e quelle fragili della seconda, riflette questa concezione della loro musica e può essere compreso quale parte di un discorso unitario solo tenendo conto della genesi dell’album. L’immagine di copertina, realizzata da  Mariusz Lewandowski, descrive graficamente questa concezione romantica dell’esistenza, secondo cui l’essere umano nulla può al fine di contrastare le avversità che di tanto in tanto si trova ad affrontare. Vale a dire se stesso.