APOSTLE OF SOLITUDE, From Gold To Ash

Gli Apostle Of Solitude di Indianapolis (Indiana) sono una delle poche formazioni doom nate nei primi anni Duemila a non avere mai stuzzicato la mia curiosità. Pur avendo inciso le prime autoproduzioni in un periodo durante il quale ero molto attivo nella ricerca di band emergenti, per qualche ragione li ho sempre liquidati dopo pochi ascolti, trovandoli essenzialmente poco incisivi. Fom Gold To Ash è il loro quarto album, ma il primo che mi ritrovo ad ascoltare con attenzione, per cui l’approccio è quello di un neofita che tenta di comprendere la formula del gruppo non avendo a disposizione validi termini di confronto con la passata produzione. Il loro amalgama sonoro pare affondare le radici nel doom rock americano degli anni Novanta, ma al contempo è arricchito da una marcata vena epica. In tal senso si potrebbe affermare che sia doom incontaminato, e la produzione adottata in questa occasione ne è una conferma. Vi è un ottimo equilibrio tra atmosfere espanse e fughe strumentali assimilabili a quanto realizzato dai Pale Divine con lo stupendo Cemetery Earth (2007), mentre l’approccio vocale ricorda gli Abdullah dell’altrettanto valido Snake Lore (1999).  Chi segue The New Noise sa quanto sia legato alle band menzionate, quindi non faticherà a comprendere che questo disco mi abbia stupito positivamente. Per quale motivo li avevo considerati poco incisivi? Ritengo che vadano assaporati con calma e in un’unica soluzione: non sono adatti a chi nella musica ricerca l’impatto di The Obsessed o le atmosfere malsane dei Pentagram. Pur essendo legati alla scena americana, gli Apostle Of Solitude puntano piuttosto a liberarsi della propria malinconia, riversandola in composizioni elegantemente evocative.