ALTAR OF OBLIVION, Barren Grounds

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Nel 2007 veniva pubblicato The Shadow Era, demo cd contenente quattro brani (più intro) che avrebbe in qualche modo segnato il futuro dello scribacchino di turno: propenso a volersi iscrivere all’Università, avrebbe infatti scelto come materia principale di studio lingua e letteratura danese. Non che ciò abbia influito sulla sua decisione, ma per il lettore sarà facile comprendere che gli Altar Of Oblivion non sono, per il ragazzo di cui sopra, una band qualsiasi. In effetti questa recensione potrebbe finire qui, dicendo semplicemente che quella formata nel 2005 da Martin Mendelssohn (chitarra e tastiere) e  Allan B. Larsen (batteria e successivamente chitarra) è la più grande doom metal band in attività. Quindi leggere le umili parole che seguiranno potrebbe rivelarsi superfluo, se non altro perché, a quattro anni di distanza dal secondo album Grand Gesture Of Defiance, non ci si poteva che aspettare dell’ottimo materiale. Nonostante Martin negli ultimi anni si sia concentrato maggiormente su altri progetti (The Vein e Lords Of Triumph), i tre brani qui inclusi dimostrano quanto abbia saputo mantenere intatta l’anima della formazione di Aalborg, pur rivelandone questa volta le sfumature più melodiche. A partire da “State Of Decay” si rilevano una maggiore ariosità e soprattutto un’incidere cadenzato che invita l’ascoltatore a farsi avvolgere dall’atmosfera fiabesca che le note intessute dai musicisti coinvolti nel progetto riescono a intessere. Il fatto che si tratti solamente di un ep potrebbe lasciare dell’amaro in bocca a più di un ascoltatore, ma la qualità è talmente alta da non dare adito a nessun dubbio. Esiste inoltre la possibilità che – come accaduto in occasione di Salvation – si sia optato per un formato breve in modo da presentare tracce inedite che non avrebbero trovato spazio nel prossimo lp. “Barren Grounds” denota un’invidiabile pulizia d’esecuzione e contiene al suo interno un coinvolgente assolo di chitarra che fa da contraltare al lento salmodiare di Mik Mentor, la cui particolare timbrica vocale conduce la malinconica “Lost”, ulteriore conferma delle loro capacità compositive. Se ancora non li conoscete, rimediate al più presto, magari iniziando proprio da qui.