AIRPORTMAN / STEFANO GIACCONE, Ca.pez.zà.gna

AIRPORTMAN / STEFANO GIACCONE

Che bella strada guardavamo, che bella fiera ci appariva dal buco della chiave

La capezzàgna è un viottolo di terra che i contadini percorrono per raggiungere ogni zona del campo coltivato. Un sentiero privato, minimo, variabile e indispensabile, che passo dopo passo conduce alla scoperta di una natura complice, compagna di giorni e stagioni nel tempo di ognuno, anche di coloro che non si fermano a guardare, ad ascoltare.

Airportman da decenni lavora attorno al concetto di autenticità, componendo, disco dopo disco, un affresco fatto di suoni rarefatti, allungati, in pieno stile indie folk, apparentemente volatili, eterei, ma che ad ascoltar bene si rivelano fissi e duraturi. Musica piccola come seme che, anche dentro una zolla di terra gelata, è pronto a restituire frammenti di verità. Musica che sembra strutturarsi sui ritmi naturali delle stagioni, che vive nei paesaggi siderali e metafisici di pianure e valli coltivate a frumento e segale come nel vociare chiassoso della festa di paese.
Capezzàgna suona così, con riverberi lunghi e docili, sviluppando però un disegno a tratti rude, primitivo e aspro. Scarno. Povero di orpelli ma ricco di parole e odori evocativi, di visioni rurali piemontesi, come quelle di Lalli, e altre di sapore andino, sudamericano, come le suggestioni legate alla figura indimenticata di Violetta Parra. Infatti, proprio a Lalli (storica componente di Franti insieme allo stesso Giaccone) e a Violetta Parra è dedicato l’intero lavoro, alla loro forza e all’amore per l’arte Popolare, quella non allineata, quella indipendente che queste due donne hanno cercato e difeso con decisione e cura infinita in ogni momento della loro vicenda umana e artistica. Ascoltando Capezzàgna, al di là delle citazioni evidenti e mai celate, ci si accorge immediatamente che l’intento primo di Airportman risiede proprio nell’urgenza di riappropriarsi di una musica autentica, della musica dei luoghi e dei popoli, senza filtri né intermediari. Come qualcosa di naturale, fisiologico. Un’esigenza primaria di sentirsi parte di un sistema di relazioni con uomini e paesaggio, senza artifici, ciò che dovrebbe essere in ogni caso la musica Popolare.
Giovanni Risso, chitarrista e compositore della band, parla di Musica Popolare come Musica per gli esseri umani, “musica humana” aggiungo io parafrasando Boezio: avvolgente si adagia nel nostro vissuto e lo svela, lo traduce in canto. In una catastrofe caotica di stili e di etichette di ogni sorta, si sente impellente il bisogno di trovare radici autentiche, lontano soprattutto dallo stereotipo del buon selvaggio e la riproposta imitativa, nostalgica e unicamente conservativa che tanto ha ammorbato le musiche di tradizione negli ultimi decenni. Risso sostiene la possibilità concreta di far confluire un approccio di tipo sperimentale nella musica di tradizione, assumendosi rischi notevoli ma sempre, in linea con il passato del gruppo, senza timore alcuno.

Capezzàgna è il frutto di una collaborazione ormai eterna tra gli Airportman di Giovanni Risso e il già citato Stefano Giaccone, musicista poliedrico e cantautore che ha attraversato e a volte condizionato la scena indipendente italiana, dall’esperienza fondamentale di Franti alle produzioni più recenti, inclini al post-rock di frontiera. Proprio grazie a questo dualismo dialettico, Capezzàgna suona quasi come un reading sonoro (un paio di brani sono stati registrati dal vivo tra il 2006 e il 2018), un racconto disarticolato, una tessitura che affianca musica e parole senza soluzione di continuità come un fluido magmatico, capace di farsi ricordare.

Stefano Giaccone voce e sax; Giovanni Risso chitarra acustica e basso; Lalli voce; Lamberti Marco (Tibu) chitarra elettrica; Diego Dutto flicorno; Cinzia Mansu Mureddu violoncello; Paolo Bergese e Francesco Alloa (Frank) suoni, Ambientazioni, percussioni, effetti; Miquel Acosta Chitarra e voce; Stefano Risso Basso; Paolo Borghese ambientazioni sonore.