ABBATH, Outstrider

Abbath è da ormai molto tempo una figura iconica del black metal e l’evoluzione del suo personale approccio alla materia, pur non avendo necessariamente sortito un’influenza diretta sulle formazioni più giovani, ne ha quantomeno accompagnato la crescita. Se è incontestabile la valenza storica dei primi album degli Immortal e il coraggio dimostrato in occasione di At The Heart Of Winter e Damned In Black, con i quali si è assistito a un incremento sempre maggiore di influenze mutuate dal classico heavy metal degli anni Ottanta, è altrettanto evidente quanto il non essere mai tornato sui propri passi lo abbia in qualche modo allontanato dal tipo di sonorità che lui stesso contribuì a plasmare. Non essendo l’unico musicista black metal ad aver compiuto un percorso a ritroso che lo ha portato a rintracciare le origini di quello stile specifico, appare paradossale che la sua vecchia band abbia recuperato i consensi di un tempo proprio dopo il suo abbandono e in concomitanza con il ritorno alle atmosfere glaciali che furono. Olve Eikemo afferma con convinzione di essere l’unico a poter condurre verso il futuro il reale spirito della band e lo fa tramite questo progetto solista che – di fatto già al momento della pubblicazione del primo album omonimo (2015) – non fa altro se non riprendere il discorso interrotto con All Shall Fall (2009). Nel suo intimo probabilmente avrebbe voluto avvicinarsi al progetto I, con cui realizzò Between Two Worlds (2006), ed è esattamente ciò che sta accadendo ora. Tralasciando il fatto che l’uscita di Outstrider sia accompagnata da video promozionali incredibilmente oscuri e minacciosi, gli episodi in esso contenuti paiono essere sorretti da ritmiche tradizionalmente heavy metal e da fraseggi di chitarra debitori nei confronti della più aggressiva NWOBHM, senza disdegnare timide incursioni in territori affini a quanto proposto dalle primissime band di quello stesso movimento, vale a dire gli anni Settanta. Naturale che il tutto sia riletto in chiave (proto) black metal, eppure brani come “The Artifex” e “Scythewinder” contengono passaggi che puntano dritti in quella direzione. Altre canzoni sono maggiormente inclini a citare i Motörhead, ma molto meno di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Il modo in cui Abbath torna alla genesi del suo mondo è differente da quella in cui lo ha fatto (tanto per dire) Fenriz e soprattutto rivela una visione d’insieme più compatta, in cui non viene realmente concesso spazio alla sperimentazione, se non considerata quale pura esplorazione di ciò che ci lega al nostro passato e che dunque fa già parte di noi. In tal senso, il musicista norvegese e i suoi (nuovi) compagni hanno realizzato un ottimo album di fotografie in cui ritrovare le emozioni della propria gioventù.