A.A. BONDY, Enderness

A. A. BONDY, Enderness

Auguste Arthur Bondy è stato parte del progetto Verbena e ritrovarlo alle prese con un album solista che prende le distanze tanto da sonorità rock quanto dal folk di cui erano pervasi American Hearts e (in misura minore) i dischi successivi, potrebbe apparire rischioso. Enderness abbraccia soluzioni affini a un cantautorato minimalista, sorretto da input elettronici dal sapore ambient, memori delle più recenti prove in studio di David Gray o del romanticismo disincantato di William Fitzsimmons. Tra i solchi delle nuove canzoni sta una drammaticità di fondo, stemperata appena da linee vocali che tendono a spezzarsi dall’emozione e da timidi accenni ritmici (“Fentanyl Freddy”), intrinsecamente legati a una poetica destinata a dissolversi nel brusio insensato della contemporaneità. La produzione cui ricorre il musicista americano (Birmingham, Alabama) ha in sé il fascino postmoderno tipico degli anni Ottanta e nonostante venga filtrata dalla sensibilità di chi ha alle spalle differenti esperienze musicali, denota una confidenza forse inaspettata. Non sembra esservi una ricerca spasmodica dei suoni, eppure ogni elemento risulta incasellato in maniera appropriata e contribuisce a enfatizzare le emozioni veicolate dalle parole di Auguste Arthur e dall’assenza di quella componente elettrica che tempo fa si sarebbe ritenuta indispensabile.