Tre dischi Sige Records

Come sapete, non è più possibile ascoltare tutto. Recuperare qualcosa, invece, sì. Tre dischi pubblicati da un’etichetta che seguiamo con una certa regolarità, perché trasversale come noi.

OAKEATER, Aquarius

Gli Oakeater sono Alex Barnett, Jeremiah Fisher (Panicsville) e Seth Sher. Ai primi ascolti di Aquarius ho pensato che fosse il ponte più solido tra le micro-realtà drone e noise americane e la svedese Cold Meat Industry, col vantaggio che – diversamente dagli artisti storici dell’etichetta di Karmanik – gli Oakeater ricorrono a una varietà di strumenti non elettronici (chitarra elettrica, percussioni…) e questo sembra renderli più reali e pericolosi. Non so ovviamente se abbiano familiarità con la scena scandinava, ma in più momenti mi sono convinto che fossero riusciti a incorporare le atmosfere malate di Archon Satani e di certi Mz. 412. Aquarius, del resto, è il manicomio dei film horror: gente che parla da sola masticando le parole, grida laceranti e improvvise, oggetti trascinati e fracassati sono combinati a battiti minacciosi, drone scurissimi e loop sinistri,  che lasciano immaginare mura scrostate coperte di graffiti incomprensibili, macerie e odore di piscio. I tre non hanno ancora una discografia corposa e nessuno di loro si dedica solo a questo progetto, quindi temo che – come ormai spesso succede – non si fermeranno ad accudire e crescere questo sound, quando invece sarebbe giusto farlo.


DANIEL MENCHE AND MAMIFFER, Crater

Daniel Menche è uno dei nomi più importanti del panorama ambient-noise internazionale. Se non lo dimostrano la sua presenza sul catalogo di etichette come Editions Mego o le collaborazioni infinite, tra le quali spicca quella con Zbigniew Karkowski, basta ascoltare roba come Beautiful Blood del 2003. Qui processa chitarra, piano e voce di Turner e Coloccia, oltre ai field recordings raccolti da tutti e tre durante le loro escursioni, si presume anche nei posti rappresentati dal solito eccellente artwork di casa Sige. Menche negli ultimi ha preso suoni concreti e naturali per amplificarli e trasformarli in qualcosa di spaventoso. Qui sembra aver fatto lo stesso discorso, solo utilizzando come sorgente anche la musica degli altri due. Di fatto ogni elemento presente su questo disco è potenziato, espanso e deformato: le note di piano si confondono come in un sogno e divengono scrosci, chitarra e field recordings si trasfigurano in drone taglienti e feedback appuntiti, creando grande tensione e lasciando credere che qualcosa di terribile stia per accadere. Falso dire che i Mamiffer non frequentino il genere di Menche, ma l’urgenza del suono qui è la stessa che si trova nei dischi del loro caro amico.

MAMIFFER, The World Unseen

The World Unseen è sfaccettato, la percezione che se ne ha può variare molto a seconda del punto dal quale lo si osserva. Da un lato sembra esserci una grande ambizione, penso ai  26 minuti di “Domestication Of The Ewe”, divisa in tre stanze e che vede la partecipazione – accanto a Turner e Coloccia – di Joe Preston al basso e Geneviève Beaulieu dei Menace Ruine alla voce (in potenza un duetto impossibile tra Jessica Bailiff e Nico) e infine il contributo di Eyvind Kang, al quale si deve l’arrangiamento della viola presente nel pezzo, qualcosa che a questo punto difficilmente sentiremo dal vivo. Non è tra l’altro la prima volta che il duo sente/crede di doversi esprimere in modo così complesso/composito, mi viene in mente ad esempio lo split coi Locrian. La semplicità – piano che reitera la stessa melodia, voce e paesaggio sonoro – di brani come “By The Light Of My Body”, “Flower Of The Field II” e “13 Burning Stars” pare invece andare quasi in direzione opposta, ed è inevitabile ricordarsi che frammenti della prima versione di “Flower Of The Field” siano finiti in una pubblicità di Prada con Ethan Hawke, all’interno di un sistema che di certo non può rischiare di incasinarsi troppo la vita. La contraddizione, però, forse non c’è se si vede questo come un album “pop sofisticato”, nel senso di quei dischi della 4AD o in generale – ma sto estremizzando – di Walker, di certo Bowie, dell’ultimo Sylvian, di Björk e pochi altri che restituiscono sonorità “difficili” (qui drone, ambient, noise, field recordings) in forma addomesticata ma non troppo, aprendo finestre su altri mondi, difformi o alieni, alle quali l’ascoltatore più curioso può scegliere se affacciarsi. Si potebbe dire che tutte le collaborazioni trasformate in disco da Faith e Aaron negli anni (quella già menzionata coi Locrian, poi Circle, Menche…) siano una specie di esplorazione e di autoformazione in vista di qualcosa di più ampio che sia solo loro.

Elucubrazioni a parte, The World Unseen ha grandissimi momenti. A tratti però i Mamiffer vogliono troppo e si fanno prolissi (vedi il discorso su “Domestication Of The Ewe”) e un po’ troppo solenni (non so se ci sia bisogno di nuovi Dead Can Dance, sinceramente), ma la sensazione è che possano tirar fuori il loro capolavoro, se continuano o se si evolvono in qualcosa d’altro. Può infatti anche darsi che Coloccia, che sta al centro di tutto, secondo me anche dal punto di vista testuale, unisca Mamiffer e il suo progetto solista Mára e semplicemente inizi a pubblicare dischi a suo nome, coinvolgendo ancora il suo compagno, ma orchestrandolo come uno dei tanti ospiti attraverso i quali realizzare la sua visione.