Quattro cassette Umor Rex: Maar, Naucke, Bazin, Amini + Finney

La messicana Umor Rex sta pubblicando molte cose quest’anno, riuscendo a tenere sempre alta l’asticella e – come ormai si dovrebbe essere capito – rendendosi riconoscibile grazie al suo design geometrico ed essenziale.

MAAR, Absolute Delay

I Maar sono Michael Vallera e Joseph Clayton Mills degli Haptic. Vallera, che da solista si chiama Opal Tapes, ha già collaborato con un altro Haptic, il batterista Steven Hess (Locrian e mille altri progetti) al progetto Cleared. Absolute Delay è austero, minimalista e/o ambient/drone a seconda dei momenti. Sono d’accordo con Umor Rex quando suggerisce che ci siano anche influenze dub. Un pezzo come “Rime”, profondo e meditativo, vale da solo l’acquisto/ascolto, con il resto che si mantiene quasi sempre su buoni livelli, con sobrietà e misura.

BRETT NAUCKE, Executable Dreamtime

Naucke, già apparso su Spectrum Spools, si dedica ai sintetizzatori analogici e alle patch con cui dare una specifica impronta al loro suono. Non sorprende la sua presenza su Umor Rex, che conta in catalogo un numero considerevole di musicisti simili, per esempio M. Geddes Gengras. Come le copertine firmate da Daniel Castrejon (fondatore dell’etichetta), Executable Dreamtime sembra composto forme semplici, solo che qui si parla di musica e dunque sono in movimento. Complici anche le melodie accattivanti, è piacevole per un po’ vedere queste tracce svilupparsi e formare disegni regolari e sempre più dettagliati, ma alla lunga il gioco può tenere impegnato solo un vero maniaco di un certo tipo di elettronica retrò.

ALEXANDRE BAZIN, Full Moon

Lo stesso discorso fatto per Naucke vale per Bazin, musicista francese titolato e membro dello storico GRM. Mentre lo si osserva alternare sintesi vintage e pianoforte, il pensiero va un po’ ai Kraftwerk e un po’ a Roedelius. Sempre come per Naucke, bisogna dire che alcune melodie sono adamantine e che queste architetture mai intricate esercitano un fascino particolare, sia su chi ha vissuto l’epoca della prima elettronica, sia per chi la sta ricostruendo ora, con un percorso a ritroso. Mi ripeto: per chi sogna cavi

SIAVASH AMINI AND MATT FINNEY, Familial Rot

Familial Rot è un incontro molto intrigante tra un iraniano e un americano, che produce una sorta di dark ambient tristissimo che anni fa sarebbe finito dritto dritto sul catalogo Cold Meat Industry senza che nessuno avesse avuto da ridire (non siamo così distanti da Desiderii Marginis, fatte le dovute distinzioni). Drone, melodie (di synth, di chitarra) distorte e deformate estremamente malinconiche, rumore bianco che a ondate va occupare gli spazi rimasti liberi, lo spoken word cupo di Finney. Di queste quattro cassette è decisamente la più nera e pessimista, specie se messa a confronto con quelle dei nostalgici Bazin e Naucke (è molto più emotiva, inoltre, di quella dei Maar). Nemmeno Amini e Finney trovano nuove galassie, ma – complice forse il mastering di Lawrence English – hanno dalla loro un sound che arriva alle orecchie pieno, potente e che può raggiungere profondità e luoghi che chi ascolta potrebbe anche aver paura di scoprire.