Prendere appunti #1

Era da tempo che meditavo di inaugurare una nuova rubrica. Resta umanamente impossibile stare dietro ai numerosi dischi che arrivano uno dietro l’altro. Allo stesso tempo era un peccato perdere di vista alcuni di questi. “Prendere appunti” – grazie all’uso di pratiche e veloci categorizzazioni – vuole essere un tentativo di selezionare e riassumere in poche righe a scadenza mensile quanto di interessante passa da queste parti.

Elettronica

LUCY, The Hermit / The High Priestess (Zehnin)

Luca Mortellaro è un vero outsider, lo ha già dimostrato con lo stupendo Self Mythology dello scorso anno. Ora torna con un 12” contenente appena due pezzi, pubblicato dalla storica etichetta berlinese K7, che inaugura una sub-label dal nome vagamente esotico: Zehnin. “The Hermit” è come un’automobile col turbo lanciata a rotta di collo verso un mondo diviso tra distopia e febbrile attrazione etnica, mentre la ritmica “The High Priestess” procede nella stessa direzione e stordisce ancora di più. Solo un appetizer per ora, ma di gran classe.

AA.VV, Gravity and Quantum Mechanics #2 (51beats)

Gravity And Quantum Mechanics #2 è invece una doppia compilation, dalla grafica notevole, licenziata dalla milanese 51Beats, nella quale si prova a fare il riassunto su quanto pubblicato fino ad ora. Due cd più che corposi dove l’elettronica (in particolare quella di ambito downbeat) è rappresentata in varie forme e maniere, nella prima parte spiccano in quanto a immediatezza le volute electro della suadente “Mentre Dormi” di Marcio McFly, “Illusion” di J. Sintax e le sincopi electro-jazz di “Bridge” di Sonambient. Nella seconda si fanno notale la melodia quasi orientale di “Hanarcade Summer” di Hana Sent, l’ossessiva dance di Edporth in “Achromatic” e la precisione di Idga in “New Shelter”, per non dire del tiro moroderiano di Happy Elf in “Give Me 51beats”. Se volete dare per davvero una mano all’underground, questa è l’occasione giusta.

TAYLOR DEUPREE, Somi (12k)

Somi è il nuovo, ennesimo album del prolifico musicista nerwyorchese. Al solito per lui, le atmosfere rarefatte, l’acribia nel trattamento delle fonti sonore, unite ad un appropriato senso estetico e a buone melodie (“Aoka”), riescono a farsi ascoltare con piacere per più di una volta. Posto che non rimane mai semplice approcciarsi alla sua musica, Deupree resta un mago dell’assemblaggio sonoro, lui è oggettivamente tra i fautori di una corrente e di un suono che risulta quasi banale definire unici, basta scorrere il catalogo della sua 12k e tutto diventa più storico e chiaro di quanto non lo sia già. La grazia e l’indole profonda di queste musiche restano intatte nel tempo, come una matrice riconoscibile da lontano. I suoi estimatori sicuramente apprezzeranno.

HEIDSECK, Margins (Manyfeetunder)

Fabrizio Matrone sa come farti rimanere intrappolato in un profondo senso d’angoscia e come rendertela quasi piacevole. Ci riesce anche in questa occasione col nome di Heidseck, sorta di contraltare più isolazionista rispetto alla versione electro-techno denominata Matter. In Margins, stampato dalla irpina Manyfeetunder (Gianluca Favaron, Aidan Baker, Franz Rosati…) il musicista campano prova a rimestare ancora tra le ormai consuete scorie dark-ambient in “End” e ad effettuare passaggi nero pece come succede nella efficace “Rockfalls”, forse la traccia migliore di questo suo nuovo album. Una conferma.

AA.VV., Random Numbers Split Series # 2, 3

La bolognese Random Numbers nel giro di pochi mesi è già arrivata al terzo episodio della sua serie. Dopo il debutto che ha visto protagonisti Mudwise e Voltair, ora è la volta degli split tra Gattobus e Bartolomeo Sailer e tra Somec e Von Tesla. Nella prima tape Gattobus prova in “Six Tales Of Life” a unire afflato malinconico à la Boards Of Canada con robuste iniezioni di elettronica carpenteriana, e l’esperimento può dirsi riuscito pur nel suo non proporre nulla di nuovo. Sailer invece gioca di isolazionismo spinto. In “PSR B1257 – Drive By” il tiro si fa cupo e metallico, sono 25 minuti di scricchiolii che ricordano una sorta di diluita glitch-tronic sempre irregolare e disturbante, che verso la fine si arena in ideale pulviscolo electro. Nella seconda parte Somec (che vanta un precedente 12” per la milanese Haunter Records) lavora su una sorta di improvvisazione per Buchla 208 e computer che definire aliena è poco, tra concrezioni noise, sfarfallii e pennellate irregolari di synth. Von Tesla invece propone una sorta di mini-trilogia, denominata “Touch” – “Enter” – “Flesh”, che conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto il percorso di Marco Giotto si muova volutamente a latere. Colpisce in particolare la coriacea prova di “Enter”.

Other music

MANY OTHERS, Aggression Of Paradox (Archivio Diafònico)

Francesco Gregoretti e Olivier Di Placido sono ormai due piccoli-grandi veterani del sottobosco rumoroso di Napoli, il primo ha le mani in pasta in Grizzly Imploded e Architeuthis Rex, il francese invece opera spesso in solitaria con la sua chitarra mal-trattata. L’unione data qualche anno, i Many Others sono alla terza pubblicazione (la prima avvenne per la tedesca Scrotum Records nel 2014, si chiamava La Cicogne De Deformation), e questo Aggression Of Paradox è, e resta, una cassetta per pochi coraggiosi, data la natura altamente concrete-noise del paio di registrazioni incluse, che sono divise per giorni, “Day One” e “Day Two”, che vedono al mastering il sodale Mimmo Sec_ (Aspec(t), Weltraum…). Roba forte e poco accomodante dalla capitale del rumore più lercio e sotterraneo che possiate immaginare.

ALESSANDRO RAGAZZO, Terra D’Ombra (Setola Di Maiale)

Alessandro Ragazzo è un musicista veneto dedito alla registrazione, successivamente assembla e crea una serie di mini-sinfonie sempre impercettibilmente caratterizzate da una loro intrinseca consequenzialità. terra d’ombra è il suo esordio per la Setola Di Maiale, etichetta per eccellenza in ambito avant, a conti fatti risulta come l’estremo tentativo di unire clangori para-industrial a rimbombi e suoni d’ambiente microfonati con perizia, fino a creare appunto una sorta di schema sinfonico: in tal senso la title-track è programmatica. Se in “Alsazia” Ragazzo mette su una sorta di ideale e sinistro score acquatico, ne “Il Viaggio Di Lenz” sembra di venire immersi in una vera e propria passeggiata nella foresta tropicale, coi cinguettii degli uccelli e una base quasi trancedelic sotto traccia. Non è un disco che si ascolta a cuor leggero questo, credo che Ragazzo ne sia più che cosciente, ma è sostanziato da un evidente e corposo lavoro sulle fonti sonore che non passa inosservato.

L’OCÉAN, Primio (GP2 Servizi, O.F.F.)

L’Ocean è un collettivo di musicisti dell’area lombarda che è riuscito a portare a termine Primio grazie all’aiuto di artisti di comprovata fama internazionale come Fabrizio Modonese Palumbo, Ben Chasny e Julia Kent, e inoltre grazie alla mano della promoter Monica Calanni Rindina e di Vasco Viviani di Old Bicycle Records. La musica proposta è una sorta di improv-rock all’occorrenza storto (“Acqua”), che sa pure di continue variazioni post-rock (il termine è abusato ma serve a farvi capire in che lidi si muove il gruppo). Sorprende quasi l’afflato drone-rock della lunghissima e potente, quindici minuti tondi, “Blackholes”, nella quale le chitarre e i sintetizzatori si rincorrono quasi a perdifiato, mentre “Dance Of The Clouds” è una prova irregolare, storta, fatta seguendo l’istinto. Un piccolo-grande lavoro, per pochi forse, ma che era giusto portare a termine. Complimenti.

Indie

LEBENSWELT, Shallow Nothingness In Molten Skies (Under My Bed Recordings)

Il campano Giampaolo Loffredo è un musicista piuttosto appartato che però conosce bene l’underground di casa nostra, avendo frequentato il giro dello spezzino Luca Galuppini (degli oscuri ONQ). Shallow Nothingness In Molten Skies è il suo ritorno, dopo qualche anno di stop (l’ultimo album, Corners Of A Drowning Faith, risale al 2006) ed è l’ennesima conferma di una forma di pop chitarristico lieve ma intrinsecamente profonda e malinconica, di chiara matrice americana. Lo confermano le passeggiate lente ed inesorabili di “Just Like Rain” e “Land”, la ieratica “In Her Bad Thoughts”, ma è tutto l’album a risultare umbratile nelle atmosfere (ad esempio in “Lost”) e narcolettico nel suo incedere. Per chi ama osservare il mondo da una finestra senza farsi notare…

VIRUUNGA, Spank (On The Camper Records)

Il duo svizzero fa il suo esordio con un ep per la piccola On The Camper Records (Camilla Sparks, Peter Kernel). In generale si fa ascoltare con un discreto piacere: la musica contenuta in Spank è una forma di rock nervoso e all’occorrenza iracondo (le tiratissime “Dissonant” e “Going North”), in qualche occasione fatto anche di lunghe divagazioni psych (la frastagliata “Broken Glasses” e lo spoken-word di “Catastrophe”). Personalmente li preferisco quando sono più su di giri, ma comprendo bene che un disco debba sapere contenere più atmosfere al suo interno. Intanto questo è un buon assaggio, vedremo che sapranno fare in futuro.

Songwriting

ADELE H, Civilization (Obsolete Recordings)

La cantante bergamasca fa il suo esordio sulla lunga distanza dopo l’ep di pezzi registrati live Dogmas, uscito a fine 2016, che ne era l’antipasto. Civilization (Obsolete Recordings) è un album evocativo e tribale, basato principalmente sulla voce fiera e melodica della Pappalardo e su poche percussioni e loop scelti che vanno a comporre il discreto ma decisivo tappeto ritmico. “Where The Day Comes To An End”, in apertura, è una dichiarazione di intenti che mette in chiaro dove andrà a parare l’intero lavoro, ci sono poi le armonie vocali della bucolica “Back To The Trees” e l’opalescente e stranita “Sun Walker”, per non dire della bellezza della alternate take di “Once A Day” in chiusura. Questo è un disco dove lo stile è riconoscibile e la formula tende forse ad essere ripetuta con insistenza, ma è proprio la principale cifra stilistica dell’autrice. Prendere o lasciare.

GREGORY UHLMANN, Odd Job (Dog Legs Music)

Gregory Uhlmann è un giovane autore californiano che in Odd Job, suo terzo lavoro, unisce afflato cameristico a bozzetti acustici in odore di folk sempre sul limitare di una forma di cantautorato mai del tutto riconciliata col mondo. Delle volte il chitarrista sprofonda nella malinconia (succede nella fragile title-track, ma anche nella ieratica “Good Dog”), altre risulta più frivolo, in “Phone It Me”, invece “No Beginning Or End” è prova tra lo shoegaze e la migliore e seppur deviata scrittura indie.  Odd Job è un album che esprime delicatezza e una buona vena compositiva – efficaci i duetti con le voci femminili – però un pelo lungo forse, due pezzi in meno non sarebbero guastati.

JOE PURDY, Who Will Be Next (Bread & Butter Music)

Parte dylaniano il giovane songwriter americano: “New Year’s Eve” è country in punta di plettro come Bob avrebbe fatto con la Band dell’amico Robbie Robertson. Con la title-track, però, le cose cambiano leggermente, nel senso che la melodia è più azzeccata, e il violino ricama con la giusta presenza. Ci sono poi la slide à la Gram Parsons della malinconica “Kristine” e le ballate acustiche “Cairo Walls” e “War Dogs” (dove fa capolino un’armonica a bocca che più younghiana noi si può…) a lavorare di fioretto sulla classica song americana. Pensate a un’ideale colonna sonora per una versione alternativa e più depressive di Nashville di Robert Altman. Album dedicato alla propria mamma e di stampo tradizionalista nei contenuti.