MIKA VAINIO

Mika Vainio

Non sono mai stati il mio cavallo di battaglia, ma occorre in questo caso onorare l’ospite importante, rimboccarsi le maniche e dare il quadro della situazione. I Pan Sonic (“il suono dappertutto”, ex Panasonic, ed è facile intuire perché abbiano dovuto cambiare il moniker) sono stati i finlandesi Mika Vainio e Ilpo Väisänen, creatori di un’elettronica fredda ed essenziale, armati di strumentazione analogica, anche costruita ad hoc da loro stessi, e influenzati da gruppi come Suicide (hanno anche lavorato con Alan Vega), Einstürzende Neubauten e persino Throbbing Gristle. Il loro sound, però, era frutto di altre ibridazioni, sia con musica ancora più sperimentale sia col dub, la techno e altre correnti della musica dance, delle quali in alcuni in album sembravano mostrarci – coerentemente – il solo scheletro.

Dopo lo scioglimento, nel 2011 Vainio, che comunque si è sempre mosso anche al di fuori della sigla Pan Sonic, tira fuori qualcosa di scabro e ostico come Life (… It Eats You Up) e quest’anno se ne esce con Magnetite, album altrettanto asciutto e altrettanto non immediato, che sin dal titolo conferma la vecchia passione del duo per gli argomenti scientifici. In mezzo l’etichetta Pan (è un caso?) trova modo di pubblicare il vinile del suo live veneziano con Capece, Dörner e Drumm. I suoi album solisti, per quanto raccontata così suoni strana, sono ancora meno “vendibili” di quelli dei Pan Sonic, perché la vocazione ambient e noise è maggiore, così come la destrutturazione delle tracce. I beat appaiono estremamente di rado e i silenzi divengono ancora più parte del gioco. Le etichette che lo sostengono ora sono Editions Mego e Touch, tanto per lasciar immaginare il sound di Vainio a chi non s’è ancora approcciato alle ultime sue uscite.

Lui, come si scopre subito cercando in rete, taglia sempre corto. Per quest’intervista la scelta è stata quella di non andare sul passato, perché già lo hanno fatto bene altri e si sa che a uno che ha intrapreso il suo percorso non interessa parlare di qualcosa di finito, col rischio anche che sembri l’unico periodo interessante della sua carriera. C’era dunque la curiosità di capire la sua estetica attuale senza fare lunghissime domande analitiche. A me sono rimasti in testa alcuni concetti chiave: analogico, crudo, silenzio, senso dello spazio, Giappone, originalità, autonomia, semplificazione, onestà. Nulla che già non si sapesse, solo un possibile bignami per approcciarsi ai suoi nuovi dischi, consegnatomi con una voglia di scherzare inaspettata.

Al momento vivi a Berlino. Vista da qui, sono anni che Berlino sembra la nuova Londra. Questa città ha un’influenza su di te come musicista?

L’ambiente circostante mi influenza, ma a un livello piuttosto inconscio. È difficile indicare con precisione un singolo effetto di Berlino su di me. Suoni a parte, quello che mi suggestiona o mi fa venire idee proviene dai mondi della letteratura, delle arti visive, dai film…

Credo comunque che la mia musica sarebbe molto simile sia se vivessi in Papua Nuova Guinea, sia se fossi qui a Berlino.

Due i miei dischi preferiti del 2011: Ravedeath, 1972 di Tim Hecker e il tuo Life (… It Eats You Up). Si sa che Tim utilizza la chitarra come “sorgente sonora”, come te in questo caso. Come ti sei trovato? Una delle molte differenze tra voi, invece, è che Hecker si serve del laptop, mentre tu eviti di ricorrere al software. Perché?

Con la chitarra a volte è stato divertente. I risultati sono ok.
Non ho mai usato il computer per fare musica, né in studio né in situazioni dal vivo. Non è qualcosa di necessario e mi piace sentire i suoni maggiormente “tra le dita”, piuttosto che passare per mouse e schermi. Tra l’altro, a proposito di schermi, non apprezzo nemmeno come il computer visualizza la musica.

All’opposto, laptop o non laptop, tanti cercano equipaggiamento e synth “vintage”, così da trovare suoni strani e insoliti. Che ne pensi di questo mix di archeologia e nostalgia?

Naturalmente io vedo come un atteggiamento salutare questo fatto di cercarsi delle alternative che sostituiscano i consueti, noiosi, suoni digitali.
Certi musicisti elettronici non si sforzano proprio in nessuna maniera di fabbricarsi i propri suoni e utilizzano solo quelli pre-settati che provengono dalle case di produzione…

Mika Vainio

In una vecchia intervista, coi Pan Sonic ancora attivi, hai detto: “Se la nostra musica fosse del cibo, sarebbe del sushi ben fatto, pesce crudo”. Vale anche per i lavori a tuo nome? Secondo me sì.

A me piacerebbe descriverla come ostriche e pane integrale, con melograno per dessert.

Un po’ sto scherzando: se la tua musica è pesce crudo, qual è l’opposto del tuo stile? Qualche pezzo barocco dei Muse?

Be’, mi piace la musica barocca, magari non quella dei Muse.
Spesso, ai festival e in situazioni simili, vedo performer per i quali le cose più importanti sembrano essere vestiti buffi e mimica stupida. Se la loro musica fosse cibo, probabilmente sarebbe qualcosa di vicino a dello zucchero filato fatto da Elton John (poi tenuto in borse di plastica per un paio d’anni).

In Magnetite – anche in Life (… It Eats You Up) – il silenzio sembra corrispondere a un’enorme stanza vuota, buia, dove i tuoi suoni rivelano immediatamente – e meglio – la loro forza. Come immagini il silenzio?

Il silenzio è un elemento fondamentale che io taglio coi suoni.
Come nell’architettura giapponese, lo spazio vuoto è l’elemento più importante.

Ho sentito i Wolf Eyes assieme a Braxton, Peter Brötzmann assieme a Keiji Haino. In questi giorni sento un disco di Mika Vainio, Kevin Drumm, Axel Dörner e Lucio Capece. Non essendo musicista, non riesco a capire come abbiate trovato un linguaggio comune per discutere in che modo suonare assieme. Mi aiuti?

I nostri interessi musicali e il nostro approccio creativo non sono poi così diversi, quindi è stato tutto piuttosto facile. Sono musicisti esperti, abili, capiscono che è necessario dare tempo e spazio ai suoni e sono anche persone collaborative.

Ultima domanda. Te la faranno in molti. Perché hai dedicato una traccia di Magnetite alla stanza della tv di Elvis (quella di Graceland)? Non sapevo nulla di questa stanza, ma adesso l’ho vista e fa paura. Potrebbe essere uscita da un artwork dei Throbbing Gristle…

Penso che con tutta probabilità sia il posto più spaventoso dove io sia mai stato. Artificiale al cento per cento. E sono fermamente convinto che lì il campo magnetico non esista…