MESSA

MESSA

Le esperienze maturate nel corso dell’esistenza permettono la sedimentazione di molteplici sensazioni che, rielaborate, possono confluire in una qualche forma d’espressione. Sulle pagine di The New Noise ci occupiamo quasi esclusivamente di musica, ma accogliamo con entusiasmo quelle formazioni capaci di trasmettere emozioni più profonde attraverso i loro brani. I Messa rendono possibile il dialogo tra mondi in apparenza distanti e sono dotati di grande gusto compositivo, per cui era obbligatorio contattarli per saperne di più. Del processo creativo sottostante a Belfry e di altro abbiamo avuto il piacere di parlare con Marco.

Alcuni di voi sono coinvolti in altri progetti/gruppi, vi va di parlarcene? Come vi siete incontrati e com’è nata l’idea di formare i Messa?

Marco (basso, chitarra): L’idea è scaturita da me e Sara (voce), amici da tempo. Cercavamo di gettare le basi di un progetto a cavallo tra i Pentagram e una roba più matta e sperimentale. Sara ha sempre militato in band hardcore/punk e tuttora suona il basso nei Restos Humanos, band death punk, mentre io ho sempre suonato – e suono ancora – nei The Sade, inoltre per due anni ero anche nei Sultan Battery. Dopo un periodo nel quale abbiamo composto i primi pezzi, abbiamo deciso di coinvolgere Rocco alla batteria: lui è il blackster della band (Nox Interitus). Poi abbiamo cercato di rendere partecipe al casino anche Alberto. Alberto fa parte degli Incolti, band prog Seventies e sperimentale che consiglio vivamente di ascoltare. Studia jazz al conservatorio e ha molteplici progetti blues.

Che ricordi serbate del periodo in cui avete iniziato a suonare uno strumento musicale? Qual è il vostro background come ascoltatori e musicisti?

Penso che a questa domanda possiamo solo risponderti con il primo pezzo che da ragazzini abbiamo imparato a suonare con il nostro strumento. Ricordo che in saletta con la mia band fu “Ero Buono” degli Skiantos…14 anni. Sara dice che il primo è stato “Dazed And Confused” dei Led Zeppelin, semplice e completo. Rocco, batteria, ovviamente “Ea, Lord Of The Deeps” di Burzum, e Alberto con la chitarra “Last Train To Clarksville” dei Monkees.

Perché proprio Messa? Che significato ha per voi questa parola? Che rapporto avete con spiritualità e religione?

Nonostante l’idea fosse quella di un progetto che si rivolgesse a un pubblico estero, volevamo un nome con una caratteristica italiana, perché è da qui che proveniamo e con sentito orgoglio volevamo dichiararlo. Volevamo colorarlo con un sapore ritualistico ed evocativo. Messa era adatto: semplice, saturo e complesso quanto la nostra gente che ci ha allevato e ci circonda da quando siamo nati. Noi come il resto dei ragazzi della nostra generazione abbiamo un rapporto con la spiritualità assai drogato. Trovo che il nostro sistema capitalistico abbia raso completamente al suolo ogni tipo di approccio alla spiritualità, alla lentezza e pazienza nel credere al di fuori dell’ovvio.

La copertina di Belfry è suggestiva e inquietante nel medesimo tempo. Che tipo di sensazioni desideravate trasmettere attraverso l’immagine utilizzata?

Volevamo una cosa nera e lugubre. Patetica e sconfortante. Non ovvia ma semplice. Oltre che riassumerci in una figura, quale il campanile, volevamo raccontare anche una storia. Storia di Resia e dei suoi due laghi unificati. Racconto triste che riassume ciò che di più vero si possa provare. Lo sconforto e l’assenza di speranza in un sistema che esiste e decide sopra la tua testa. Ad ogni modo la foto di Resia è stata concepita dopo l’idea di rappresentarci con la figura di un campanile: struttura semplice, possente e che propaga un suono col solo fine di adunare fedeli per la liturgia. Un inizio.

Pur essendo caratterizzati dalla presenza della voce femminile, i vostri brani sembrano trarre ispirazione da una concezione molto classica della materia doom. Quali esperienze musicali vi hanno portato a plasmare questo tipo di suono?

Sinceramente questo è un genere con cui nessuno di noi quattro si era trovato ad avere a che fare prima. Eravamo semplicemente curiosi di affrontare delle sonorità più atmosferiche, pesanti e nere, ma cercando di contrastarle con una nota di femminilità. Noi vediamo questo genere non come punto di arrivo ma di partenza per sperimentare senza aver paura di sgarrare dal classico. Di doom classico ci piacciono i Coven come i Pentagram, ma apprezziamo anche band come i Jex Thoth o i Wolvserpent. Ad ogni modo ci piace sintetizzare le nostre influenze con quattro nomi, uno a testa: Urfaust, Windhand, John Coltrane, Chelsea Wolfe.

Belfry è ugualmente suddiviso tra brani d’atmosfera e altri più classicamente doom. In che modo nascono? Partite da un’idea che poi sviluppate insieme in sala prove, oppure qualcuno di voi porta agli altri il materiale già pronto? 

Belfry ha una sua idea di fondo. Cerca costantemente il contrasto. Tra la voce eterea e femminile e le chitarre coi riff spaccasassi. Tra i pezzi più doom rock e quelli più ambient. Tra i pezzi più lenti e quelli coi ritmi più incalzanti. Tutto giustapposto con l’idea di valorizzare l’uno e l’altro. Come ti dicevo abbiamo cercato di sperimentare. Accantonati “Blood” e “Confess”, che lavorano “da soli”, gli altri pezzi del disco sono linkati a coppie. Ogni brano, per concept e suono dialoga con quello che lo segue. Ci teniamo a citare e ringraziare due persone con cui abbiamo collaborato: per due pezzi più elettronici ho campionato vari suoni dal mio archivio e li ho arrangiati  con l’aiuto di Yakamoto Kotzuga (Tempesta International/Sugar); c’è stata anche una stretta collaborazione con Alessandro Brunetta per il suo splendido assolo di clarinetto nella traccia “Blood”.

Che cosa vi ispira nello scrivere i testi dei brani? Libri? Film?

Libri film, racconti, tutto quello che può essere un pretesto per raccontare quello che Sara prova e vive nella sua testa.

Da qualche anno il doom sta vivendo un momento di sovraesposizione e non sempre la qualità si mantiene alta come durante gli anni Ottanta e Novanta. Come vedete la scena attuale? Credete che questo momento possa durare e che porti benefici alla scena, oppure no?

Io ho 28 anni e sono il più vecchio, gli altri tre hanno 23 anni. Di quello che succedeva veramente negli Ottanta e Novanta ci sono rimasti solo i dischi e le miriade di balle. Penso che di materiale buono ce ne sia anche oggi come allora. Purtroppo o per fortuna ritengo che in Italia un Artista come Paul Chain non esisterà mai più, di conseguenza dopo un genio di quel calibro tutto risulta manierismo, ahimè.
Sono anche dell’idea che se una cosa è fatta con energia, contenuto, ricerca e una notevole dose di sana attitudine non può che risultare interessante. Come dicevo all’inizio veniamo da mondi e scene differenti. Siamo novellini in questa cosiddetta scena, comunque più ci guardiamo attorno più vediamo che non è monodirezionale ma abbraccia varie derivazioni, influenze suoni e idee. Può essere solo che un beneficio.

Ci sono altre band della vostra zona che vorreste segnalare ai lettori di The New Noise?

Grime, triestini, band che ti spettina e tritura l’anima. “Gorrch”, band black metal da Cavaso del Tomba, amici e compagni di avventure.

Vi ringrazio per il tempo che avete speso per rispondere alle mie domande. Potete chiudere l’intervista scrivendo qualcosa di importante e che io non ho avuto modo di chiedervi.

Grazie a voi per il sincero interesse che fate trasparire con il vostro lavoro. Vi seguiamo e siamo onorati di farci intervistare da voi. Come prossimi progetti abbiamo l’uscita a settembre della versione in vinile doppio di Belfry, grazie sempre all’aiuto di Aural Music, uno split 7″ con i Breit, una band tedesca che stimiamo. Stiamo lavorando ad un tour europeo per novembre prossimo di una quindicina di giorni assieme ai compagni d’etichetta Arcana 13! Grazie.