MESSA, Belfry

MESSA, Belfry

Riverberi distanti introducono l’ascoltatore nel microcosmo di Messa, gruppo dedito alla riproposizione di un doom scarno ed essenziale, lambito da input drone, cui si deve la costruzione di un suono sospeso tra vibrazioni oscure e concretezza memore della scena americana. Il fatto di essere accompagnati dalle linee vocali limpide di Sara (Restos Humanos) conferisce ai brani inclusi in Belfry sfumature cromatiche in parziale contrasto con la materia grezza plasmata dalla chitarra di Albert (Incolti, Douge) e dalla tumultuosa sezione ritmica costituita da Mistyr (Nox Interitus) e Mark Sade (The Sade, Sultan Battery). L’alternanza tra momenti energici e altri in cui a prevalere sono inflessioni crepuscolari contribuisce a donare all’insieme il medesimo gusto indefinibile dell’attesa e rivela la rara capacità di appropriarsi di molteplici idee all’interno di uno stile che pur affondando le radici in un suono talvolta considerato vetusto, riesce a riversarlo in un contesto più attuale. Gli episodi proposti sono sorretti da profondi riff di chitarra, la cui pesantezza è stemperata dagli interventi d’atmosfera e da una struttura sottostante che tende a lasciar esprimere liberamente le varie anime della band, in modo da rendere il disco fruibile. L’alone di negatività che avvolge la componente doom è talvolta squarciato da incursioni in territori meno opprimenti, che fanno spesso da preludio a momenti carichi di groove. Altre volte questi elementi tendono a compenetrarsi, dando vita allo splendido break centrale di “New Horns”.

Ora bisogna vedere in che modo potrà evolversi la band, sinora sospesa tra due mondi (comunicanti, va detto), una cosa che potrebbe lasciare interdetto più di un ascoltatore. Per chi adora entrambi gli stili, invece, si tratta di un disco da  tenere fortemente in considerazione.