MALADY

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Chi segue le pagine virtuali di The New Noise dovrebbe ormai sapere che è nostra prerogativa quella di diffondere il verbo delle formazioni a nostro parere più meritevoli di attenzione, talvolta travalicando i confini dei generi musicali prediletti dai nostri lettori. Quella dei Malady rappresenta dunque una sfida, innanzitutto per l’umile scribacchino di turno, che si è trovato tra le mani un lp assai distante dai suoi ascolti abituali. Il fatto stesso che la prolifica Svart Records abbia inoltrato a una webzine italiana un album presumibilmente rivolto a una fascia di ascoltatori che siano in grado di capire l’idioma finnico, rende l’idea di quanto a volte la musica possa trasmettere emozioni profonde anche in mancanza dei mezzi per essere compresa nella sua interezza. Preso atto della validità dell’album di debutto dei Malady, ci è sembrato doveroso contattarli per addentrarci maggiormente nel loro mondo incantato… la parola al bassista Jonni (con alcune note da parte del batterista Juuso e di Ville, responsabile delle parti di Hammond). A voi.

Quali sono i più bei ricordi che serbi del periodo in cui hai iniziato ad applicarti su uno strumento?

Sono trascorsi circa due decenni da quando ho iniziato a suonare la chitarra, ma forse è l’essere in grado di acchiappare una particolare canzone o un riff dopo un lungo periodo di pratica. Raccogliere i frutti del proprio lavoro, raggiungere l’obiettivo che ci si era prefissati. È più o meno la stessa cosa ancora oggi, davvero, nonostante l’attenzione si sia spostata dall’imparare una canzone scritta da qualcun altro all’essere in grado di comporre qualcosa da soli. Posso solo immaginare sia identico per ogni altro membro della band.

Eri solito suonare in altre band prima della formazione dei Malady?

Abbiamo avuto tutti numerose esperienze precedenti ai Malady. Non è sempre stato prog, intendiamoci. In verità abbiamo coperto una vasta varietà di generi, dall’indie rock al jazz, dalla musica corale all’hardcore punk, sino a lambire il doom metal e lo stoner.

È stato difficile trovare musicisti interessati allo stesso genere di musica? Come vi siete incontrati?

È stato sorprendentemente semplice, a essere onesti. Il nostro batterista Juuso e il chitarrista Tony hanno inizialmente messo in piedi la band. Conoscevo Juuso e mi ha chiesto di suonare il basso. Amavo il prog e non avevo mai suonato davvero in una band prog, dunque ero curioso di provare. Dopo di ciò siamo stati un trio per un periodo considerevole di tempo.

Quando abbiamo iniziato a pensare seriamente di avere un cantante e un musicista in grado di suonare l’Hammond, Tony ha contattato il suo amico d’infanzia Babak, il quale si è subito unito al gruppo. Un po’ di tempo dopo ha realizzato che voleva suonare la chitarra, che era il suo strumento principale. Era disponibile anche a cantare. Di conseguenza ho contattato Ville, con il quale avevo già suonato in un’altra band, per occuparsi dell’organo, ed è stato più che felice di accettare l’impegno. Questa è la storia in poche parole. Non vi è stata alcuna coercizione fisica o mentale per trovare qualcuno disposto a suonare nella band. Tutti apprezzavano la musica degli anni Settanta, dunque penso sia stato semplicemente una buona combinazione.

La vostra musica è sognante e pacifica, soprattutto per quanto riguarda le linee vocali. Ci sono alcuni momenti più rock, ma il risultato finale è davvero soft e apprezzo questa caratteristica. È stata vostra intenzione sin dall’inizio di creare qualcosa del genere, oppure eravate partiti diretti un’altra direzione?

Il nostro approccio iniziale è stato semplicemente quello di migliorare come musicisti e comporre canzoni che richiedessero molta pratica. Quando abbiamo formato la band come progetto parallelo di un’altra stoner/doom, abbiamo scherzosamente fissato una scadenza di età a cinquant’anni per la realizzazione del primo album, in modo da crescere a sufficienza come musicisti. A parte questo, volevamo solamente che le nostre canzoni suonassero come se fossero state eseguite nei tardi anni Sessanta o primi anni Settanta, invece di puntare a un approccio moderno o del tutto originale. Penso che qualcuno a un certo punto abbia detto qualcosa del tipo: “It must be that ’69-’72 tone. ’73 just won’t cut it”. Non era serio, ma credo renda l’idea dello stato d’animo in cui eravamo.

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All’interno delle vostre composizioni vi sono alcuni momenti strumentali, eppure si ha l’impressione che non vi preoccupiate poi molto di plasmare strutture complesse. Cosa potete dirci a proposito del vostro processo di scrittura? Improvvisate molto?

È vero che la complessità svolge un ruolo importante in molta musica progressive, sia per quanto riguarda la struttura delle canzoni, sia per la performance individuale, ma non è sempre una necessità. Comunque, è stato uno dei punti da cui siamo partiti per scrivere le canzoni, giocando con i tempi dei brani e cose così. Non indulgiamo poi molto nell’improvvisare. Intendo dire che talvolta facciamo delle jam, ma normalmente terminano lì. Suppongo che alcune cose qua e là finiscano per essere sufficientemente buone da finire all’interno di vere e proprie canzoni, ma principalmente si tratta di suonare a casa o in sala prove e cucire alcuni pezzi assieme al meglio e sperare che restino insieme. Diverse parti dei brani hanno subito cambiamenti radicali nel corso degli anni, laddove alcuni segmenti sono stati del tutto abbandonati. Ci sono poi alcuni episodi più brevi che bene o male sono stati creati in un’unica seduta. In breve, non sono certo che vi sia una sorta di “writing process”.

Non parlo finlandese, dunque vorrei sapere cosa dicono i vostri testi. Se avete il tempo di approfondire questo aspetto per ogni canzone, sarebbe apprezzato.

Non sono stato molto coinvolto nella scrittura dei testi, ma farò del mio meglio.

“Kantaa Taakan Maa” (“The Earth Carries The Burden”) del nostro batterista Juuso è più o meno ciò che implica il titolo: la distruzione della natura e l’effetto che l’avidità umana ha sull’ambiente. È molto pessimista e disegna un perenne autunno e l’approssimarsi della fine del pianeta. Nubi scure si addensano e intere generazioni perdono speranza nel futuro. Davvero piuttosto deprimente.

“Pieniin Saariin” (“To Small Islands”) è scritta dal nostro chitarrista e mi colpisce perché è molto personale. Ancora adesso non sono certo di che parli. Mi pare di aver impiegato un giorno con lui per adattare i testi alla musica e abbiamo avuto una lunga discussione, ma è stato un po’ di anni fa e sfortunatamente non ricordo davvero i dettagli. Per me le isole del titolo sono un posto nella testa di qualcuno, un posto in cui può scappare. Ma è solo la mia, di interpretazione.

“Unessakävelijä” (“Sleepwalker”) l’ho scritta io, ma i testi non li abbiamo mai usati. Si trovano ancora nelle “liner notes”, comunque. Dipinge una persona che cammina nel paesaggio sognante notturno di una città in autunno, quando tutto è completamente calmo, sereno nel sonno. Gioca molto con allegorie, con le luci della città che chiudono gli occhi, i parcheggi che smettono di respirare e le case che si addormentano. Finisce con la persona che sale nel punto più alto per aspettare qualcun altro, finché la città si sveglia.

“Aarnivalkea” (“Will O’ The Wisp”) è stata scritta da Juuso come canzone d’amore. “Will o’ wisps” significa fuochi fatui che si trovano nelle paludi, sono assai presenti in molto folklore e su di loro c’è una varietà di spiegazioni, scientifiche e non. Nella mitologia finnica, l’Aarnivalkea cerca un posto dove sia nascosto dell’oro, ma nel nostro caso è un’allegoria sul trovare la propria amata. Secondo me è il testo meno pessimista dell’album.

Le due strumentali sono “Loittoneva Varjoni (“My Receding Shadow”) e “Kakarlampi” (un tipo di stagno finlandese). L’ultima non ha mai avuto testo. La prima forse sì, ma non mi ricordo.

A volte la musica è considerata una scappatoia dalla vita reale. Cosa pensi riguardo a ciò? Credi sia davvero qualcosa per persone lontane dalla realtà?

“Lontane dalla realtà” suona come un pericoloso disturbo mentale.

Tornando seri, ho un’idea ambivalente riguardo a questo argomento. Penso che ogni forma d’arte possa promuovere l’evasione dalla realtà, ma d’altro canto è profondamente radicata in luoghi, persone e sensazioni reali. Quindi non sono certo che i due aspetti possano essere del tutto separati. Le persone sentono una canzone ed essa può innescare istantaneamente in loro ricordi vividi e specifici, ma preso atto che la musica può produrre una varietà di sensazioni, non sarei per nulla sorpreso se le persone l’ascoltassero per trovare ad esempio conforto o pace. Posso certamente testimoniarlo.

Il vostro suono è profondamente radicato negli anni Settanta, dunque sarei curioso di sapere che tipo di strumentazione adoperate. Siete quel tipo di ragazzi che trascorrono tutto il loro tempo libero alla ricerca di strumenti vintage?

Oh ragazzo, abbiamo giusto qualche entusiasta per l’equipaggiamento vintage nelle fila della band… Tony ha un amplificatore White degli anni Settanta e una chitarra Gibson SG dello stesso periodo, Juuso ha una batteria vintage degli anni Settanta e alcuni piatti dello stesso periodo. Il nostro Hammond è degli anni Quaranta, Ville possiede una Wurlitzer degli anni Settanta e di recente abbiamo aggiunto anche un Mellotron di quegli stessi anni, ma non tutta la strumentazione è effettivamente vintage. Il mio basso ad esempio per esempio risale ai primi Duemila. Avere una strumentazione vintage non è tutto, ma in effetti amiamo il nostro armamentario d’epoca.

Non so nulla riguardo alla scena prog finnica, dunque vi chiedo se ci sono alcune band vecchie o nuove che vi andrebbe di consigliare ai nostri lettori…

Potremmo trascorrere un’intera giornata a disquisirne, dato che ve ne sono a bizzeffe, ma la farò breve. Per quanto riguarda le vecchie band, Wigwam e Tasavallan Presidentti sono nomi ovvi conosciuti a livello internazionale. Poi ci sono formazioni quali Finnforest, Nimbus, Apollo, Kalevala, Haikara, Elonkorjuu e Nova, tanto per citarne alcune.

Per quanto riguarda le band più recenti (successive agli anni Settanta), alcune che varrebbe la pena ascoltare sono Kingston Wall, Kuusumun Profeetta, Utopianisti, Taipuva Luotisuora e Vitkaste.

Quali sono i luoghi che preferisci nella tua zona in Finlandia?

Domanda difficile. Abitare in un ambiente urbano a Helsinki, che pure ha il suo fascino, pone alcuni limiti alla possibilità di intraprendere lunghe passeggiate nelle foreste e nelle paludi che alcuni di noi apprezzano. Il nostro chitarrista Tony è cresciuto nella natura, mentre Ville è nato a Rauma, gli piace il mare. Per quanto mi riguarda, amo trascorrere il tempo nel nostro cottage estivo. Offre tregua dalla vita frenetica cui sono abituato in città.

Avete mai viaggiato al di fuori del vostro Paese? Quali ricordi serbate di tale esperienza?

Alcuni di noi hanno viaggiato molto intorno al globo, in Estremo Oriente e Oltreoceano, altri non poi così tanto. È difficile dare una buona risposta in quanto ognuno ha maturato le proprie esperienze e serba ricordi differenti. Basti dire che la diversità di culture va vissuta e che vi è sempre qualcosa di nuovo da imparare e per cui provare piacere. Penso a Londra con affetto e ricordo di essermi sentito “libero” da tutte le aspettative e responsabilità che, in una forma o in un’altra, sono sempre presenti quando sono a casa.

C’è qualcosa al di fuori della vita personale che vi ispira (film, libri, notizie dal mondo…)

Sicuramente ogni cosa può divenire una fonte di ispirazione. Non sono certo di essermene mai uscito con una canzone quale risultato della lettura di un libro o di una notizia, ma possono avermi influenzato in maniera non diretta. Per lo più mi piace ascoltare differenti stili di musica e prendere spunto da lì. Mi sarebbe piaciuto osservare un dipinto e immediatamente pensare a una canzone, ma è così che la mia mente funziona, o almeno sembra. Ad ogni modo non posso parlare per chiunque.

Grazie per il vostro tempo. Sentitevi liberi di concludere l’intervista con qualcosa che ritenete essere rilevante e che le mie domande non hanno messo in luce…

Grazie!