HIGH PRIEST OF SATURN, Son Of Earth And Sky

HIGH PRIEST OF SATURN, Son Of Earth And Sky

Attingono dalla psichedelia sviluppatasi sul finire degli anni Sessanta e inglobano al loro interno diversi elementi ascrivibili ai primi vagiti del doom: gli High Priest Of Saturn si collocano in una dimensione temporale indefinita, cui si deve quella patina nostalgica che, avvolgendo le loro composizioni, ha in sé il sapore tanto della riverenza quanto dell’audacia. Eretta su riff incredibilmente espansi, la loro formula è arricchita dalla presenza delle note intessute dall’Hammond e anela a plasmare atmosfere cosmiche, talvolta facendo proprie fugaci incursioni in territori carichi di groove. A prevalere sono le inflessioni prog, presenti tra i solchi di “Aeolian Dunes” e destinate ad attraversare trasversalmente “Ages Move The Earth”, le cui avventurose fughe strumentali ben si amalgamano con le pacate linee vocali di Merethe Heggset. Una caratteristica essenziale di Son Of Earth And Sky è da ricercarsi nell’equilibrio instauratosi tra i differenti segmenti che ne costituiscono l’ossatura, accomunati da un gusto esecutivo che lascia trapelare una  profonda ricerca in fase di arrangiamento. Si percepisce inoltre il desiderio di non indugiare eccessivamente sulla gravità del suono, di fatto lieve e perciò apprezzabile anche da coloro la cui sensibilità musicale è davvero confinata agli anni da cui trae ispirazione il gruppo. La velata malinconia che pervade “The Warming Moon” rende manifesta la presenza di Andreas Hagen (Sadhak) e apporta sfumature inedite, che ricadono in “The Flood Of Waters” come fossero state portate lontano dal vento, su di un pianeta solitario.