GOAT, I Sing In Silence / The Snake Of Addis Ababa

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Goat costituisce una realtà a sé stante all’interno del panorama rock contemporaneo, in quanto sviluppa un discorso musicale fortemente radicato nella scena degli anni Sessanta, non solo dal punto di vista strettamente stilistico, ma anche di immagine. La band svedese ha costruito attorno a sé un alone di mistero, a partire dalle informazioni relative alla propria origine nella minuscola località Korpilombolo, nei pressi di Pajala (Svezia), sino all’abitudine di esibirsi indossando maschere e costumi. Da un punto di vista strettamente musicale, si diletta nel proporre pop psichedelico influenzato dai suoni più disparati, tanto da condurla a definire il proprio operato artistico, in relazione all’album di debutto World Music, in questi termini:  We’ve been taught since we were small to have an understanding of not only western bands, but of music from other parts of the world. The title World Music was chosen because we believe we play ‘world music’, and that’s what we think everyone plays. A dispetto di un profilo in apparenza defilato, i Goat hanno al loro attivo numerose apparizioni di prestigio, ad esempio Coachella (US), Glastonbury, All Tomorrow’s Parties e Latitude Festival (UK), nonché Roskilde (DK). Pur aggiungendo nuove sfumature di colore ad ogni nuova pubblicazione, Goat porta avanti un discorso musicale in cui a prevalere sono input di matrice orientale e di derivazione kraut. Tra i solchi di questo 7” si rende evidente l’influenza esercitata anche da parte della musica etnica africana. Non a caso, in entrambi i brani inclusi all’interno di questa pubblicazione dell’inglese Rocket Recordings, si fa largo uso delle percussioni e si respira un’atmosfera gioiosa, in cui la sabbia del deserto sembra salire sino a fare svanire nel nulla i corpi in movimento dei musicisti coinvolti in questo ambizioso progetto.