Il futuro della carta è ora. Indagine sull’editoria musicale di casa nostra

foto di Dmitry Boyarin – https://flic.kr/p/DsZXsi

Le riviste rock escono ormai da quarant’anni nel nostro Paese. Nei primi anni Settanta spopolavano Ciao 2001, poi Gong, Muzak e Popster, Suono, Tutto Musica, negli Ottanta si affermavano Rockerilla, Il Mucchio Selvaggio, Musica 80, Buscadero, Rockstar, Velvet e Raro!, il decennio fu forse il periodo d’oro dell’editoria del settore. Nei Novanta arrivarono prima Rumore e poi Blow Up, Jam, le versioni italiane di Rock Sound e Classic Rock, poi altre riviste di nicchia come Musiche, Neural, Blast e Dynamo (su quelle metal, infine, si dovrebbe aprire un corposo capitolo a parte, viste le peculiarità del linguaggio musicale e visivo). Contestualmente, intendo fuori dalle edicole, nascevano e morivano tutta una serie di piccole realtà underground come le fanzine, e a elencarle tutte faremmo notte; in sostanza ci trovavamo di fronte a numerose operazioni di diffusione sempre più capillare di musiche alternative che successivamente, arriviamo ai Duemila, sarebbero sfociate nelle webzine (pioniere nel bene e nel male della mastodontica catalogazione online un certo Piero Scaruffi).

Torniamo alla carta, supporto storicizzato e assimilato da più generazioni, che ancora oggi fa la propria parte nella vita culturale del Paese, purtroppo con cifre sempre più esigue in termini di vendita. Logico pensare che un ventenne oggi non conosca quasi dei fogli stampati, data la sua naturale propensione a fruire di contenuti culturali che passano sotto-forma di pc, lettori mp3, tablet e smartphone. Lungi dal sottoscritto fare le pulci sulle differenze che ci sono tra un contenuto stampato e un altro di tipo digitale, viene comunque naturale riflettere su dove stia andando l’editoria musicale di casa nostra e come ci stia andando. I dibattiti sono numerosi e variano di interesse a seconda dei soggetti che li intraprendono, specie su Internet, fermo restando che più volte si nota una sorta di opposizione aprioristica alla carta stampata, succede anche tra gli addetti ai lavori… I motivi per criticare i giornali non mancano di certo, allo stesso tempo risulta sin troppo facile sentirsi quasi à la page se si dimostra alla propria cerchia di conoscenti, spesso più o meno virtuali, di avere una posizione precisa e “contro”, ingenuo pensare di trovare contenuti solo di qualità sul web, anzi, spesso succede l’esatto contrario. Tuttavia, e non solo per una logica di equidistanza critica, a sfogliare alcuni mensili viene il magone, davvero è facile credere che a volte che chi le fa si rivolga a soggetti distanti anni luce rispetto a quello che succede in giro, sul web o meno. A che punto siamo arrivati, quindi? Qual è la situazione editoriale nel 2017? Come stanno i giornali? Queste e altre domande mi sono posto, me le ponevo da tempo per la verità… tanto da farmi venire la folle idea di interpellare i diretti interessati. Sono riuscito a contattare i direttori Stefano Isidoro Bianchi di Blow Up, Daniela Federico de Il Mucchio Selvaggio e Rossano Lo Mele di Rumore, tre voci autorevoli, altrettanti modi di vedere le cose allo stato attuale, coi quali sono riuscito ad affrontare i vari argomenti anche in maniera schietta. Avevo scritto poi alle redazioni di Rockerilla e Buscadero, i primi hanno preferito non partecipare al dibattito, i secondi di fatto hanno effettuato la stessa scelta, pur rendendosi all’inizio disponibili a prendere parte al gioco. In un primo momento avevo pensato di contattare pure Rolling Stone Italia, ma ho preferito circoscrivere l’ambito di questa inchiesta alle sole riviste che sentivo più vicine alla mia personale concezione della musica rock, non dimenticando il bacino di lettori di New Noise. Tant’è, comunque vada ho provato a togliermi qualche dubbio riguardo alla mia idea di editoria musicale che mi ero fatto fino ad ora. Naturalmente a breve ci occuperemo anche del web, per ampliare il respiro del discorso…

Stefano Isidoro Bianchi (Blow Up)

Alcuni lettori vi imputano il fatto di avere tirato un po’ i remi in barca rispetto alle scelte editoriali di qualche anno fa, alludo all’aumento delle copertine dedicate ai grandi nomi del rock, di conseguenza a una parte dei contenuti. Posto che la sola copertina non fa il numero, ovvio, e posto che io stesso rispetto al 2010 non leggo più per intero Blow Up, prima leggevo perfino le pubblicità… è lecito pensare che avete scelto un target di lettori più adulti e che, come hai spiegato nel numero di marzo, vi rivolgete solo a quelli che comprano le riviste, escludendo o dando per scontato che non esistano più nuovi lettori?

Io non do per scontato nulla al mondo, anche perché di lettori giovani e giovanissimi ne abbiamo, solo che rispetto al passato sono sempre più una minoranza. Quindi ti riformulo la domanda-risposta dicendoti che sono soprattutto i lettori più adulti che leggono le riviste cartacee. Ovviamente non ci rivolgiamo solo a loro, ma io mi baso sui fatti; e i fatti (dalle ricerche di mercato ai contatti personali fino alla semplice osservazione della realtà quotidiana) mi dicono che la disaffezione nei confronti dei giornali investe soprattutto le generazioni più recenti e, con esse, alcune categorie non censibili anagraficamente come gli studenti o gli impiegati che lavorano principalmente al computer (i quali sono portati per forza di cose ad avere maggiore confidenza con la Rete rispetto a un medico, un avvocato, un operaio, un professionista, un artigiano, un commerciante). Ne discende che le edicole (ma anche i negozi di dischi, le librerie e quant’altro) sono frequentate da clienti più “stagionati” e che i giornali ne traggono le inevitabili conseguenze.

Ma le copertine dedicate a musicisti “vecchi”, un fenomeno che, come sai, investe tutte le riviste musicali sia italiane che straniere, non è addebitabile unicamente all’evidenza che i più giovani e/o gli impiegati si informano e leggono soprattutto in Rete. Ci sono anche altri fattori, diciamo più tecnici, che hanno portato alla latitanza di quelle figure musicali intermedie che fino a una quindicina di anni fa permettevano alle riviste specializzate di posizionarsi in maniera riconoscibile nel mercato col lancio del nome underground “caldo”. Questo è dovuto innanzi tutto alla biblica frammentazione dell’underground in mille rivoli che non riescono più a comunicare tra loro e a fare “massa critica”, e poi alla caduta della qualità media delle uscite discografiche, fenomeno a sua volta dovuto in parti uguali al vertiginoso abbassamento dei costi di produzione della musica (che spinge chiunque a registrare e stampare qualunque cosa gli frulli per la testa) e alla parallela mancanza di fondi per farlo bene, che ha portato alla scomparsa di altre figure intermedie essenziali alla realizzazione di dischi che abbiano quel minimo di caratteristiche “professionali” (registrazione, mixaggio, produzione) da poter attrarre anche il pubblico non specialistico. Una catena di eventi che, legati l’uno all’altro, portano alla drastica assenza di questi musicisti “intermedi”, costringendo le riviste a rivolgersi a nomi più popolari e diffusi (dai Doors a Iggy Pop, da Jesus & Mary Chain ai Depeche Mode, dai Pink Floyd agli Afterhours o ai Radiohead) perché sono rimasti gli unici in grado di attrarre il pubblico che acquista giornali in edicola. È una legge di mercato dalla quale nessuno può chiamarsi fuori – e difatti nessuno se ne chiama fuori.

Ciò detto, in realtà noi continuiamo a fare il nostro lavoro esattamente come lo facevamo dieci e venti anni fa e chi legge il giornale senza fermarsi alla homepage del sito sa bene che i materiali “nuovi” sono sempre presenti in maniera consistente. Abbiamo stimolato il più possibile gli abbonamenti (che sono arrivati a livelli inimmaginabili per un cartaceo delle nostre dimensioni) e dal numero di aprile 2017 rinnoviamo il giornale con una diversa struttura delle recensioni e nuove rubriche. Abbiamo spazi piuttosto rilevanti (almeno per una rivista che si occupa principalmente di musica) dedicati a libri e cinema e da oltre un anno pubblichiamo un trimestrale monografico formato libro, Director’s Cut, che regaliamo a tutti gli abbonati e che sta andando molto bene anche con la distribuzione nelle edicole. Le cose insomma sono sempre in movimento e io sono convinto che Blow Up sia molto più interessante oggi di dieci e venti anni fa. Ciò detto, chi vive in Rete e ha un immaginario fortemente legato ad essa fa bene a pensare che abbiamo “tirato i remi in barca”, perché in un certo senso è vero: non rincorriamo gli standard né scimmiottiamo le modalità della Rete perché non siamo capaci di farlo. Cosa che, beninteso, per me non è un limite ma un merito: a ciascuno il suo mestiere.

I freddi numeri: quante copie vendete al mese più o meno e quanti abbonati avete? Rispetto a quando siete usciti la prima volta in edicola, qual è stato l’anno col massimo di vendite?

Le copie vendute in edicola attualmente girano intorno alle 3.500 (la cosa si differenzia mese per mese), in più abbiamo oltre 1.000 abbonati (se le altre riviste ti dicono che vendono di più sappi che, a parte il Buscadero che sta sopra tutti, non è vero). Gli anni del maggior venduto sono stati il 2004-2008 (circa 6.000 copie in edicola, però gli abbonati allora erano più o meno 300).

Qualche anno fa mi raccontasti della tua sfiducia nel web, che YouTube era una sorta di nuova tv e che anche siti come Wikipedia sono stati capaci di pubblicare definizioni inesatte (a volte è vero, purtroppo…). Continui a pensarla cosi? Non è forse un caso che il vostro sito non abbia poi tanti contenuti. Devo immaginare che quando andrete in pensione il giornale chiuderà?

Continuo a pensarla così, anzi la mia convinzione si è rafforzata (YouTube è già la nuova televisione generalista, Wikipedia te la raccomando) e mi pare che le discussioni mediatico-politiche che hanno tenuto campo in questi ultimi mesi (dalle fake news alle possibilità manipolatorie dell’informazione che corre in Internet) mi abbiano dato ragione. Della Rete non amo innanzi tutto l’anonimato degli hater e la violenza che vomitano a getto continuo (ho letto cose su di me e su Blow Up che sarebbero da denuncia), la superficialità e la disinformazione, i flame improvvisi e le derive populiste, l’ideologia del nuovismo e – a costo di apparire moralista – il pessimo messaggio educativo che trasmette. Non si tratta però di avere o non avere sfiducia nel web, che è solo uno strumento e come tutti gli strumenti può essere utile o dannoso a seconda dei modi in cui lo si utilizza: un coltello in cucina è utilissimo per tagliare la carne e affettare il pane ma può diventare molto pericoloso se lo prende tra le mani un bambino. Aver lasciato l’accesso completamente libero a chiunque e senza alcuna forma di controllo non è affatto “democrazia” ma anarchia, perché la democrazia si fonda su regole esatte che devono essere rispettate in maniera ferrea, altrimenti la società degenera rapidamente nel dominio del più forte, del più furbo e del più attrezzato, vale a dire l’esatto contrario della democrazia (per comprendere bene il meccanismo della comunicazione e di Internet è molto più utile leggere un classico come Psicologia Delle Folle di Gustave Le Bon, datato 1895, che non le tante opere dei troppi esperti e intellettuali che ne hanno scritto negli ultimi vent’anni).

Sarebbe bastato (basterebbe) poco per trasformare una fogna in un canale pulito e praticabile: obbligare l’accesso alla Rete attraverso un rigido controllo dell’identità di chi naviga, esattamente come si fa con i telefoni e le carte di credito. Ma fare così avrebbe limitato (limiterebbe) la diffusione e la pervasività della Rete stessa, come ben sanno le multinazionali della comunicazione e del divertimento che sono riuscite nel paradossale capolavoro di far diventare paladini e pasdaran della Rete proprio coloro i quali da essa hanno subito e subiscono i maggiori danni (non è per caso, diciamolo, che gli uni sono padroni e gli altri sudditi). Perché il meccanismo è così ovvio ed evidente da essere banale: più scrivi in rete a qualunque titolo e in qualunque modo e più diminuiscono le tue possibilità di fare della scrittura un mestiere pagato (giornalista, scrittore, libraio), più carichi e scarichi musica tua o altrui e più diminuiscono le tue possibilità di fare della musica un mestiere pagato (musicista, etichetta, negoziante), più carichi e scarichi film e più diminuiscono le tue possibilità di fare del cinema un mestiere pagato (critico, regista, attore). Sarà un caso che questi tre mestieri culturali, in misure diverse, sono usciti così massacrati dall’avvento di Internet da essere a rischio di estinzione? Tutte cose già dette e ormai digerite da tempo, beninteso, ma ricordarle non fa mai male.

Nello specifico musicale la mia sfiducia nacque (e persiste) allorché, all’avvento di Internet, la gran parte di quanti avevano voce in capitolo su quello che da subito apparve come uno dei settori a maggior rischio tanto economico che estetico (più che altro giornalisti e ascoltatori, ma anche etichette e musicisti di secondo piano) si dichiararono entusiasti della novità che avrebbe portato la Rete – la famosa libertà – con la morte delle cattivissime major e l’auspicato dominio del DIY quale approdo terminale a una sorta di paradiso in terra in cui i musicisti si sarebbero gestiti da soli senza dover rendere conto a nessun altro che a se stessi. Vedi un po’ com’è andata a finire: le major, pur ridimensionate, continuano a dominare il mercato e le indie rimaste in vita (non considero tali quelle che fanno pagare i musicisti per stampargli i dischi né quelle che distribuiscono materiali free) non hanno più alcuna reale capacità di penetrazione, mentre dal punto di vista estetico l’unico modello che detta legge è quello dei talent show. Non un gran risultato. Io scrissi il mio primo articolo in cui ponevo molti dubbi sull’integralismo internettista nel maggio 1999, addirittura prima che nascesse Napster, e ne faccio ancora una bandiera nonostante nel corso degli anni mi sia beccato un bel po’ di accuse d’esser fascista, retrogrado, antiquato e reazionario: in quest’ottica, tutti bellissimi complimenti. Ma tant’è, ormai ci siamo dentro fino al collo e tanto vale nuotare. Con Blow Up uso il web per le cose che si dimostrano utili al giornale, quindi pubblicizzare le uscite mensili e facilitare l’acquisto di abbonamenti, arretrati e libri, e non lo uso per quelle che si dimostrano deleterie, quindi la pubblicazione di contenuti, esclusivi o meno che siano. Il giorno in cui inserire contenuti sul sito sarà utile al giornale ed economicamente sostenibile sarò il primo a caricarne tonnellate.

Immagino che una sbirciatina su Internet qualche volta la dai… Trovi comunque dei siti interessanti? Credi che l’ibridazione delle due tecnologie, ad esempio una proposta tipo cartaceo + web sia possibile o la trovi una sciocchezza?

Tutt’altro che una sbirciatina, ci passo una buona dose di tempo non solo perché il mio lavoro mi costringe a farlo ma anche perché per poter parlare di qualcosa, nel bene e nel male, devi conoscerla. E conoscerla mi ha portato a capire che l’ibridazione delle due tecnologie non solo era plausibile ma anche stimolante e persino necessaria: come ti ho appena detto nella precedente risposta, facilitare gli acquisti on line è stato un vero toccasana. Per il momento però non credo che ci siano altre percorribili ipotesi di ibridazione perché analizzando i dati nudi e crudi vedo che l’interazione col web non porta alcun beneficio alle testate derivate o emanazione della carta stampata. Quelle che hanno siti sempre aggiornati con notizie e articoli non solo non ne traggono alcun beneficio, ma al contrario ne sono penalizzate perché vivono l’ovvia contraddizione di fare concorrenza a se stessi (il rapporto è inversamente proporzionale: più sei presente in rete e meno vendi, più sei assente e più vendi).

Discorso diverso per le testate che vivono esclusivamente sul web. Tra queste, a differenza dei siti derivati dai cartacei (che in larga misura sono pessimi o imbarazzanti proprio per la contraddizione appena detta), ce ne sono alcune molte interessanti che trattano temi generalisti come arte, politica e società. Le migliori di esse sono quelle che vivono di contributi e sponsorizzazioni di multinazionali o aziende molto grandi (la cui presenza nei siti è quasi sempre non visibile e spesso non esplicita) e non di raccolta pubblicitaria (perlopiù rifiutata proprio perché emanazioni di una sola azienda). Si tratta di un nuovo modello di “rivista” e/o blog di cui si è parlato parecchio in questi ultimi anni: se sul loro ruolo e scopo è lecito avere dubbi e sospetti (grossi dubbi e sospetti) a causa dell’ipotetico non limpido utilizzo della comunicazione a fini commerciali, è indubbio che sappiano intrattenere perché i giornalisti che ci scrivono, pagati o comunque scelti per interesse economico, sono generalmente preparati e capaci.

Per cui, tornando a noi, se per “cartaceo + web” intendi stampare normalmente il giornale e tenere attivo un sito, mi dispiace ma no, non fa per noi perché si tratta di un costo aggiuntivo che non trova alcun riscontro nelle vendite. Diverso sarebbe tenere un sito con contenuti a pagamento, ma mi pare che anche i pochi tentativi in questo senso non abbiano avuto grande fortuna. Naturalmente tutto questo discorso vale per le testate in italiano, perché quelle in inglese hanno un pubblico potenziale enormemente più grande e quindi tutti i discorsi vanno riformulati.

So bene come la pensi sui finanziamenti ai giornali, d’altronde specifichi che Blow Up “… non riceve né ha mai cercato di ricevere finanziamenti pubblici perché riteniamo indegno chiederne e infame darne; siamo liberi di vivere unicamente delle nostre forze.” Per te quindi non ci possono essere eccezioni, magari forme di finanziamento più accettabili? Io su questo non sarei cosi intransigente, credo che lo Stato possa e debba in qualche modo stimolare e promuovere le attività culturali, d’altronde anche se in maniera piuttosto generica lo afferma nell’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. Resto dell’idea che sarebbe il massimo avere editori o mecenati illuminati, ma mi sa che in giro non se ne trovano più…

Dal numero di aprile non vedrai più quella scritta su Blow Up; i tempi sono cambiati e i finanziamenti pubblici si sono fortemente ridotti, non vale più la pena perdersi in cose di questo tipo. In ogni caso l’articolo 9 della Costituzione non è una legge divina ma uno dei tanti articoli di una delle tante costituzioni del mondo e recita che la Repubblica italiana promuove, non che mantiene, anche io, con Blow Up, promuovo la buona musica, la buona letteratura e il buon cinema (spero) ma non li finanzio personalmente: li promuovo, cioè li spingo e cerco di farli conoscere al pubblico. Il resto tocca ai lettori, altrimenti qualunque rivista potrebbe rivendicare, a ragione, la sua natura culturale: le finanziamo tutte? Potrei essere d’accordo sulla necessità che lo Stato riconosca il valore collettivo di determinate iniziative o ne promuova lui stesso direttamente. Il problema è che forse di questa nobile intenzione si è un po’ abusato: stento a riconoscere il valore collettivo e “culturale” di testate che, create solo per pippare soldi pubblici (milioni di euro, non milioni di noccioline), fanno esattamente le stesse cose (o anche peggiori) di altre testate che si mantengono senza prendere quei soldi. Diciamo che come minimo si tratta di concorrenza sleale foraggiata da una politica clientelare e parassita. In generale credo comunque che una minor ingerenza dello Stato nelle politiche culturali, a qualunque livello, non faccia che del bene innanzi tutto ai cittadini perché anche la cultura è, o deve tendere ad essere, un’impresa come le altre (nessuno al mondo fa impresa senza riscontri economici, men che meno le ONLUS o le cooperative). Negli ultimi cento anni il Paese con il minor interventismo statale – gli USA – ha prodotto le migliori espressioni del cinema, della letteratura e della musica; il che non significa che quel modello debba essere imitato, ma si tratta di un aspetto che dovrebbe farci riflettere.

Trovi che sia sempre “diseducativo” ascoltare la musica in streaming? Lo avevi affermato in risposta a un lettore qualche mese fa, se non ricordo male. Possiamo però arrestare le tecnologie secondo te? Come ci dobbiamo confrontare/comportare con esse? Ritengo che queste abbiano vinto la loro battaglia da tempo e condizionino sempre più le nostre esistenze (nel bene come nel male, inutile negarlo). Io personalmente ti vedo come una sorta di partigiano con l’elmetto che se ne sta in trincea a difendere l’ultimo baluardo editoriale, prima che la marea montante della tecnologia invada tutto e tutti…

Certo che non possiamo fermare le tecnologie! Anche volendolo non sarebbe possibile e personalmente mi ritengo tutto meno che un luddista: la tecnologia in sé non è altro che un mezzo inanimato che agisce secondo il comando di chi la usa. Non è la tecnologia a invadere tutto e tutti, bensì l’uso di questa tecnologia. È una differenza sostanziale. Io non discuto la rilevanza e l’importanza della Rete ma il suo utilizzo. Che porta (ha già portato) alla ridefinizione – secondo me in peggio, e qui sta certamente un giudizio di merito – di tutte le espressioni culturali così come le conoscevamo: giornalismo, letteratura, cinema, musica, tutto ne è uscito stravolto. Sono convinto che anche il demenziale momento politico che viviamo oggi (populismi, demagogie, neonazionalismi, trumpismi, grillismi) sia figlio molto più di questo uso della tecnologia internettara che non della crisi economica.

Ascoltare musica in streaming (ma molto di più ascoltare musica gratuitamente) secondo me è diseducativo rispetto a quella che considero “educazione alla musica”: la preparazione nasce da percorsi personali di sacrificio, dedizione, fatica, tutti elementi che qualunque facilità di accesso (a qualunque cosa, non solo alla musica) non stimola, anzi al contrario anestetizza. Non è una visione punitiva dell’esistenza ma una visione politica: ritengo che questa diseducazione (ripeto: all’ascolto, alla lettura, alla visione, a tutto) porti gli esseri umani a un grado molto più basso di consapevolezza, riducendoli a semplici consumatori. Ricordi i CCCP? “Produci, consuma, crepa”. Ecco, dopo i beni materiali adesso ci siamo arrivati anche per quelli immateriali, la “cultura”: buona parte di ciò che si trova in rete da leggere, vedere e ascoltare è realizzato dalle stesse persone che lo consumano trastullandosi in attesa di crepare. Il cerchio perfetto di un sistema che, sbarazzandosi di qualunque investimento e di ogni mediazione, stabilisce rapporti diretti produttori-consumatori identificandoli nelle stesse persone e traendone quindi il massimo guadagno col minimo sforzo. Il dominio magnifico e trionfale di quello che a tutti gli effetti è il sistema capitalistico 2.0, molto più scaltro, scafato, insinuante, presentabile e convincente di quel rottame dell’1.0 (consiglio la lettura di Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, vera distopia del presente molto più dell’ingenuo 1984 di Orwell).

L’immagine del partigiano con l’elmetto è simpatica (dillo: avresti voluto citare l’ultimo giapponese che combatte nella giungla ma ti sei autocensurato J) ma non mi appartiene minimamente perché di difendere l’ultimo baluardo editoriale, che non credo proprio sia il mio, mi frega meno di zero. Il problema non sono io e neanche la gran parte di quelli che ci leggono in questo momento (ci siamo formati intellettualmente in un’altra epoca e ci è facile giudicare e distinguere) ma le generazioni che ci seguiranno e quelle che oggi stanno inconsapevolmente alimentando il proprio suicidio. Io non sono un giornalista, tra poco avrò 56 anni e Blow Up gode di buona se non ottima salute, quindi del destino dell’editoria e persino della musica stessa mi interessa nella misura in cui mi sarà sempre più difficile leggere e ascoltare belle cose nuove. Ma ce ne sono così tante restate indietro da ascoltare e riascoltare, così tante da leggere o da rileggere e così tante de vedere e rivedere che potrebbero bastarmi per il resto della vita e le prossime tre. Ti saluto sulle note di “We’ll Meet Again” di Vera Lynn, che a questo punto mi pare la canzone più adatta.

Daniela Federico (Il Mucchio Selvaggio)

Il Mucchio Selvaggio ha una Storia gloriosa e complessa, inutile far finta di dimenticare le polemiche nate dopo l’uscita dell’ex direttore Stefani. Eppure la rivista è riuscita ad andare avanti, sfogliandola si capisce bene che lo spirito è rimasto più o meno lo stesso, e che soprattutto c’è uno sforzo grafico e di contenuti non indifferente. Insomma i cambiamenti fanno solo bene?

A volte sono necessari per non morire di inedia e per avere uno sguardo aperto al futuro. È la storia del Mucchio. In ormai 40 anni ha cambiato pelle decine di volte, cercando sempre di cogliere nuovi stimoli e sfide.

Noto, se non vado errato, che ci sono molti collaboratori anche piuttosto giovani…

I giovani sono una risorsa enorme. Hanno curiosità, dubbi, incoscienza: requisiti necessari per fare un giornale vivo.

L’indirizzo principale del giornale è più o meno sempre legato al rock, non solo di area anglosassone. Avete mai pensato di allargare il vostro raggio d’azione o sentite che quella è la strada da seguire?

Credo che sia sbagliato definire il Mucchio un giornale rock. È un magazine “musicale” e culturalmente eterogeneo. Dentro ci puoi trovare passione per il nostro lavoro, attenzione per ciò che riteniamo importante comunicare, apertura verso tutte le arti che regalano emozioni e tentano strade originali. Tutto questo avviene grazie alla collaborazione di un nucleo di persone unito e, assolutamente, capace.

Posto che la sola copertina non fa l’intero numero, viene da pensare che ci sia una predilezione per i nomi “pesanti” del rock, nel 2016 avete dedicato la prima pagina a John Carpenter, Lou Reed, Bob Dylan, David Bowie, Leonard Cohen. Il dato spicca comunque, anche se poi ne avete date anche a gruppi più giovani. Più in generale, conviene assecondare i gusti di un pubblico più adulto? Il vostro com’è composto? Quale la percentuale, se avete avuto modo di appurarlo, dei lettori che hanno meno di 30 anni?

Le copertine si decidono mese per mese, e purtroppo la maggior parte di quelli che hai nominato non sono più con noi. Abbiamo ritenuto giusto che andassero in copertina. Sono stati artisti che hanno fatto la storia della Musica e dell’Arte in generale. I lettori del Mucchio vanno dai 16 a 60 anni, la grande maggioranza però si colloca tra i 25 e i 45. Non si tratta di accontentare gli uni o gli altri – l’età media si è abbassata nell’arco degli ultimi cinque anni – ma di proporre quello che ci sembra più rilevante in quel mese. Poi conta molto anche la maniera in cui vengono sviluppati i contenuti, e quando puntiamo su una copertina significa che siamo sicuri di poter offrire approfondimenti di un certo livello con chiavi di lettura non scontate. L’ultimo servizio sugli Stooges del numero di marzo, per dire, contava sedici pagine e un lavoro di ricerca iconografica molto curato.

In merito alla questione fondi per l’editoria, dichiarate che siete “impresa beneficiaria dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche ed integrazioni”. Ho una curiosità in proposito: riuscite a pagare tutti i collaboratori?

I contributi per l’editoria di fatto non esistono più, come la pubblicità. Con la vendita in edicola e gli abbonamenti riusciamo a sostenere le spese e a pagare tutti coloro che numero dopo numero fanno un gran lavoro. Cifre non certo alte, ma dignitose.

Quante copie vendete ogni mese? Rispetto a dieci anni fa le vendite sono migliorate o peggiorate? Vedo che avete anche approntato specifici pacchetti per gli abbonati, uno di questi è comprensivo di carta + ipad + iphone + pdf.

Le vendite sono costanti. Rispetto a dieci anni fa non c’è stato lo tsunami, l’editoria in realtà è morta molto prima. Gli anni d’oro sono stati gli Ottanta, poi insieme alla discografia ha iniziato il declino. Il pdf è una soluzione che piace molto perché permette di archiviare i numeri sul computer e di ricercare i contenuti con facilità. Mentre la disponibilità su tablet fa sì che il Mucchio sia sempre “con te”. Il formato si adatta alle diverse esigenze del lettore che ad oggi, ad ogni modo, continua a preferire la carta.

Anche il sito mi sembra piuttosto aggiornato, ma mi pare di capire che la priorità vada sempre al cartaceo. Avete intenzione di continuare su questa strada?

Il sito è un’appendice del giornale, non potrebbe vivere senza. Il nostro obiettivo è di continuare a sfogliare il Mucchio. Sempre e comunque.

Rossano Lo Mele (Rumore)

Rumore quest’anno compie 25 anni, un gran bel traguardo. Io l’ho sempre vista come una rivista che ha provato, riuscendoci, a unire il rock nelle sue varie forme – pure quello più heavy, senza arrivare a diventare la classica rivista metal, ovvio – anche l’elettronica. Personalmente sono cresciuto leggendo gli articoli di Vittore Baroni, Walter Rovere, Alberto Campo, Andrea Prevignano, che rappresentano il passato del giornale, che intanto ha cambiato pelle, compresi alcuni collaboratori, e si è data un taglio editoriale devo dire piuttosto “fresco”, lavorando in particolare sulla grafica e le rubriche. Avete anche un sito aggiornato, ma mi sembra chiaro che puntate sempre al cartaceo. Contate di continuare così o pensate che il futuro sia il web?

Al netto del fatto che a un certo punto questa cosa accadrà, credo che sia un argomento che viene dibattuto e usato molto spesso dalle persone che questo ambiente non lo conoscono per nulla, non ne hanno idea e allora gli sembra una cosa moderna dire che tanto questa roba morirà, e che si passerà al digitale… Molti lo fanno per pura saccenteria, altri lo fanno perché forse anche generazionalmente non sono preparati ad affrontare quel mondo lì. Tutt’ora la carta – credo di poter parlare anche a nome delle altre riviste – è il cuore economico che regge in piedi la fragile architettura di questi gruppi editoriali. Per cui se mi chiedi se da qui a cent’anni penso di centrare il nostro business sulla carta, chiaramente ti dico di no, oltre al fatto che fra cent’anni non ci sarò. Se mi chiedi se fra due o tre anni pensiamo di chiudere la carta, assolutamente no! Oltretutto andiamo a toccare un tema che è uno dei centri nevralgici della discussione sui giornali e quindi ce l’ho lì in punta di penna per uno dei prossimi editoriali… C’è una grandissima attenzione più che mai sulla carta, e forse dovremmo anche domandarci se un gruppo che nasce editorialmente online e in digitale come Pitchfork Media decide di passare a creare la Pitchfork Review si siano del tutto rincretiniti o forse un senso imprenditoriale c’è (si sono fermati da qualche mese, dopo undici numeri, ndr). Noi in realtà puntiamo ad andare avanti su entrambi i fronti, finché le forze economiche e le nostre energie ce lo permettono. Sicuramente abbiamo deciso di fare da quest’anno uno sforzo di implementazione del sito, per cui vogliamo crescere, siamo molto ambiziosi, vogliamo arrivare a essere un sito di riferimento in Italia sulle questioni musicali. Scontiamo il deficit di essere partiti tanti anni dopo gli altri, stiamo puntando ad avere più contenuti, più qualità, meno cazzate, meno clickbaiting ma pura informazione musicale, italiana e sul resto del mondo, con una redazione che ora si può definire tale; sulla carta la nostra idea è di non arretrare di un centimetro. Sicuramente abbiamo cambiato pelle, nel senso che non siamo più il giornale che c’era vent’anni fa. Quando presi in mano questa cosa l’ho fatto con grandissimo rispetto nei confronti della storia del giornale, ma voglio anche dire che ho cominciato a scrivere per questo Rumore quando ero un “bambino”, conosco il meccanismo dall’interno perfettamente. Non so quante persone conoscano meglio di me da dentro questo giornale. Ho grande rispetto per la sua storia, non la voglio tradire assolutamente; so che Rumore è un tipo di giornale diverso dagli altri, una rivista che comunque deve far emergere anche delle nuove tendenze, nel momento in cui queste emergono soprattutto dal web, ma dobbiamo stare attenti a quello e sapere che il nostro futuro ovviamente è anche legato alla nostra visione del passato e a come lo abbiamo raccontato, che sono poi le nostre radici… Però se mi si dice, “dobbiamo mantenere il giornale ancorato a quello che era nel ‘95” io dico di no. Comunque il tempo passa, in questo momento abbiamo un nuovo team di lavoro, che è fatto perlopiù delle firme del passato, anche se qualcuno ha deciso di andare via abbiamo pensato di continuare con quello spirito lì, con le modalità di racconto della contemporaneità, che sono diverse da quelle di vent’anni fa, e chiudo con questa cosa: venti anni fa aveva senso per un giornale far parlare della produzione discografica, dei dischi e tutto, non c’era altro modo di raccontare quel mondo se non con le riviste. Oggi che la musica, la narrazione della musica è presente ovunque, un aspetto che diventa centrale per le riviste è il dietro le quinte, il backstage della produzione musicale, l’aspetto anche diciamo “industriale” della musica, della comunicazione, e quindi tutto è diventato più difficile e anche stimolante. Lasciami anche dire che quello che hai detto tu all’inizio mi ha fatto molto piacere, perché Rumore nasce da quella vocazione, che è una vocazione quasi impossibile, provare a cercare ciò che è forte, rumoroso, bello in tutte le musiche, senza guardare ai generi, ed è cosi che ci piace fare il giornale, pensare ai nostri lettori, pensare che nel Fado o nel death metal oggi possano esserci delle cose egualmente fighissime da cercare. Devo dire che se tu guardi com’è fatto un sito come Pitchfork, che ho nominato prima, oggi penso che senza saperlo sia nato sulla scia di quel tipo di visione lì, voglio dire…

I numeri: quante copie vendete e quanti abbonamenti fate? Rispetto a dieci anni fa la situazione è migliorata o peggiorata?

Ovviamente la situazione rispetto a dieci anni fa è peggiorata, preferisco non scendere nel dettaglio dei numeri. Quello che posso confermare è che tutti quanti in edicola abbiamo perso delle copie, e quello che posso aggiungere è che, lo posso affermare con certezza – ho passato da poco una giornata al distributore – è che in questo momento tra coloro che hanno preso delle bastonate nell’ultimissimo periodo noi siamo quelli che si stanno difendendo meglio di altri in termini di percentuali di copie, e posso anche dirti che i giornali che hanno avuto grandi ambizioni, grandi numeri, grandi sparate, hanno pensato di invadere il mercato con tirature enormi o con contenuti che strizzavano l’occhio al grande pubblico, sono quelli che in questo momento sono messi peggio di tutti. Il nostro comparto, viceversa, comunque tiene abbastanza a differenza degli altri. Devo dire che l’offerta in edicola è anche più bassa rispetto a una volta, ma non è che l’offerta di testate che si è ridotta ha fatto si che il pubblico aumentasse, spartito dalle testate che son rimaste.

Come vedete la concorrenza in termini qualitativi? Avete dei punti di riferimento editoriali, magari anche esteri?

Se rimaniamo in Italia non mi piacciono particolarmente gli altri giornali, devo essere sincero, ma mi piacciono molto alcune firme, per esempio trovo che sia molto bravo Stefano Isidoro Bianchi di Blow Up, un grande scrittore, uno che ha grande visione della musica, la stessa cosa vale per Christian Zingales, per citare due firme molto forti. Mi piacciono più le singole unità dei giornali, mi piace molto come scrive Damir Ivic per il Mucchio Selvaggio, me ne piacciono tanti altri, ma molti sono amici, inevitabilmente tocca citare persone come Eddy Cilia, Federico Guglielmi e Fabio De Luca, però nel complesso devo dire che, ed è inevitabile, continuo a preferire il giornale che facciamo noi. Sinceramente sono molto impallinato con l’editoria musicale straniera, per me sin da quand’ero ragazzino è stata un punto di riferimento, continuo a pensare che l’editoria cartacea inglese sia per noi la guida e il riferimento in assoluto. C’era un giornale stupendo inglese negli anni Novanta che si chiamava Select, che poi è morto. Credo che oggi comunque quello che proviamo a fare noi sia un po’ un mix di tante cose, tra Q, Mojo, Uncut, Wire, Pitchfork e vari altri tipi di riviste, tipo New Musical Express per la sezione news. Perché poi ovviamente non bisogna dimenticare che lavoriamo di fatto su due piani: uno è il giornale cartaceo, l’altro è il sito, che è un quotidiano e quindi comunque avendo contenuti completamente diversi destiniamo contenuti differenti a seconda del momento. Per cui è anche inevitabile che si guardi molto al cartaceo, quindi ai giornali che ho già detto, stranieri, oppure che ne so, a Rock & Folk in Francia per dire, mentre per esempio Les Inrockuptibles penso che non sia, benché fatto bene, un riferimento per noi, perché veramente troppo legato a quel Paese. Poi guardiamo molto ai principali nomi mondiali per l’informazione online, quindi NME, Consequence Of Sound, Pitchfork.

Anche voi, un po’ come i concorrenti Blow Up, Il Mucchio e Rockerilla, puntate spesso su copertine dedicate ai nomi grossi del rock. È una scelta ben precisa? Una questione di target?

È una scelta ben precisa perché ho scoperto mio malgrado, dirigendo il giornale, che l’ascoltatore rock è conservatore in maniera spaventosa. Per me questo è incredibile, perché l’ascoltatore rock io l’ho sempre immaginato come qualcuno disposto alla novità, e non è cosi. Noi abbiamo un impatto sulle copertine diciamo di persone consolidate della nostra area, che arriva al 20% in più di venduto al mese, questo mese (marzo, ndr) in edicola ho realizzato una copertina che volevo da tanto, che è Depeche Mode, non che io sia un fan sfegatato ma riconosco una loro grande centralità nella musica degli ultimi trent’anni e sono comunque un gruppo centrale rispetto alla nostra idea di suono, che appassiona gran parte dei nostri lettori. Quando abbiamo la possibilità di fare copertine del genere ci stiamo attenti, se ci soddisfano certe condizioni, che sono il cercare di non fare doppioni in edicola, di avere una bella intervista. Ecco, una cosa su cui io sinceramente non transigo è che vogliamo sempre e solo contenuti di prima mano, non costruiamo il giornale a partire da monografie o da cosa pensa qualcuno su qualcosa, non equivale alla nostra idea di giornalismo. Poi altri lo fanno e lo faranno anche benissimo, però per me il confronto è la fonte diretta e attiva, la cosa più importante di tutte, senza di quello non facciamo nulla.

Noto che rispetto alle altre riviste, Rumore preferisce essere tendenzialmente più sintetico, sia nelle recensioni che negli articoli di approfondimento, puntando come già accennato alle rubriche, anche di nomi storici come Maurizio Blatto, Carlo Bordone, Sergio Messina. Immagino siano scelte editoriali ben precise…

Penso che alcuni tra i più bravi in circolazione li abbiamo noi. Io amo molto anzitutto leggere le mie firme migliori, trovo che siano dei visionari assoluti e quindi mi piace anche leggere le cose di Maurizio, che è un amico, o Francesco, che abbiano la possibilità di esprimere un punto di vista, o Carlo Bordone. Sono persone che sono in grado secondo me di rappresentare da sole la forza del nostro brand mi verrebbe da dire… Perché indipendentemente dalle mode, dai dischi che si vendono o non si vendono, dei giornali che si vendono o non si vendono, hanno una visione attuale, però piena di Storia, di grandi radici nella musica, e riescono a raccontarla e a fartela vedere. Per cui si, c’è una centralità forte perché siamo in un’epoca per cui le opinioni si fanno sentire, specie sui social media, e se hai a disposizione qualcuno che ha delle opinioni forti, un punto di vista forte e riesce a esprimerlo bene, secondo me è giusto valorizzarlo. Per questo parlavo prima molto bene di Stefano Isidoro Bianchi, perché lui secondo me è uno che ha una grande visione, una grande capacità di lettura della musica, e quando qualcuno è cosi, è giusto che possa esprimersi in lungo e in largo come fa lui sul suo giornale, o come fanno queste persone sul nostro.

Il fatto che avete scelto di fare anche dei workshop di scrittura musicale, nasce dall’esigenza di avere sempre penne fresche?

Alcuni dei nostri ragazzi più bravi vengono fuori da workshop in giro per l’Italia. Per esempio il sito è quasi tutto gestito da persone su cui ho fatto scouting durante i miei corsi. Da dieci anni insegno in Cattolica all’Università, alcuni vengono da lì, altri invece vengono dai workshop che faccio in giro, soprattutto su Bologna, da qualche anno li faccio un paio di volte l’anno. Non è che ci sia un’esigenza vera e propria, a me è stato chiesto, ho scoperto che al di là della crisi del comparto c’è un’enorme curiosità nei confronti di questo mondo, c’è una quantità pazzesca di persone che vogliono fare questo mestiere, che è un non-mestiere, e lo dico subito prima mettendo le mani avanti, però è bello confrontarsi e poter carpire qualche strumento di lavoro per essere consapevoli nel raccontare la musica, quindi per avere un approccio più da cronista diciamo, non da quotidianista, ma da cronista della musica, da persona che è capace di leggere i fenomeni e di metterli in relazione. Sicuramente è stato di grande aiuto per noi per trovare delle persone in gamba, soprattutto per quanto riguarda i più giovani. Sono stato molto fortunato a trovare delle persone che lavorano per noi, con noi, di cui ho cieca fiducia, trovo che siano il futuro e credo siano molto bravi, mi riferisco soprattutto a Elia Alovisi, che infatti ora lavora per Noisey – giustamente se lo sono presi – o Nicholas David Althea, loro due in particolare devo dire che sono secondo me formidabili, sono veramente due fuoriclasse.

Come vi vedete fra dieci anni?

Bella domanda… molto spesso me lo chiedo anch’io. Fra dieci anni ho l’ottimismo di pensare che noi saremo in una condizione per cui continueremo a fare entrambe le cose, saremo più bravi a far meglio il giornale, anche se tante cose cambieranno, e penso che il nostro sito e i social media avranno una grandissima centralità nello scenario italiano, al netto del fatto che dieci anni fa non avremmo neanche nominato i social media, pensa soltanto a un dato banale: Facebook c’era già due anni fa, sei anni fa per esempio, però l’esplosione dell’informazione sui social media quand’è che si è avuta? Quando tutti quanti abbiamo avuto a disposizione uno smartphone, tutti quanti abbiamo avuto a disposizione una grande quantità di traffico dati da poter utilizzare. Eppure Facebook c’era già prima, pensa a quanto lo stesso mezzo con un piccolo strumento diverso in più ha cambiato completamente la nostra ricerca d’informazioni. Poi, dal punto di vista digitale ovviamente non sappiamo che cosa potrà capitare. Io credo che la nostra idea è di andare avanti su entrambi i settori. Poi non so, ad un certo punto la Gabanelli o chi per lei farà un’inchiesta e verrà fuori che i giornali inquinano il mondo e che non bisogna più leggerli, non so, allora faremo solo il digitale… la verità è che il digitale oggi non muove ancora i capitali per poterci sostenere.