Dronegazers proseguono

I sound artist che abbiamo raccolto in “Dronegazers?” (il punto di domanda come indice di provvisorietà) proseguono i loro cammini e mantengono l’eclettismo e il desiderio di mescolare le cose e uscire – se vogliono – dall’elettronica pura. Comincio da Erased di Francesco Giannico che, coi contributi di Amy Denio e Thollem McDonas, cuce assieme e processa piano, sax, voce, field recordings, ambient: a momenti siamo fuori da tutte le gabbie di genere e il regista esce dal set, lasciando improvvisare gli attori. Poi in qualche modo rientra e dirige (sarebbe meglio dire che fa un lavoro di montaggio). Faticoso, ma – come nel caso della collaborazione con Zac Nelson – segno che l’uomo non si è ancora impigrito.

L’Archivio Italiano dei Paesaggi Sonori è la vera casa dei protagonisti di “Dronegazers?”. Nel 2014 a quest’associazione è stato assegnato il compito di mappare i suoni della produzione industriale di Murano. Due artisti che stavano sulla nostra tracklist, cioè Coniglio e Novellino, assieme a uno che avremmo sicuramente potuto includere (Ballerini) hanno coordinato la cosa, raccogliendo tutte le registrazioni sul campo che si possono sentire sul disco pubblicato da Crónica, “romanzandole” e invitando altri a farlo. Da ascoltare i singoli contributi di Ephraim Wegner, Maile Colbert ed Enrico Ascoli, quest’ultimo capace farci accadere intorno un intero mondo, quasi avesse un’orchestra a disposizione: i tre mettono davvero la loro creatività al servizio del materiale di partenza, così come fa il label manager Miguel Carvalhais col suo progetto @c in un caso e con Vitor Joaquim nell’altro. Del resto non è difficile pensare che godimento possa essere il suono del vetro, allo stesso tempo meraviglioso e terribile, per gente che di norma va in giro con microfono, cuffie, Tascam e derivati. Non si può parlare così bene di tutti gli altri coinvolti, perché all’inizio ci sono tempi morti e la sensazione è quella che qualcuno si stia baloccando troppo col suo laptop senza avere un’idea o una direzione precisa. Dei tre curatori ho apprezzato Coniglio, che – come nel progetto Lemures con Giovanni Lami – è capace di scivolare dentro e fuori la realtà senza farcelo capire, ma anche Ballerini, che apre brevemente ma in modo egregio questa collezione di tracce.

Potremmo scrivere mille libri su ambient, dark ambient e religione. Questa volta tocca (di nuovo, lo rammento nel progetto “Cathedrals” di Pietro Riparbelli) a Giulio Aldinucci agire nel contesto dello “spazio sacro”, una definizione non casuale per un field recorder, dato che qui la teoria è che i luoghi, le architetture e le liturgie influiscano sul modo con cui ci rapportiamo al divino. Non manca una traccia intitolata “Ricordo”, un’altra fissa dei dronegazers: la loro musica spesso rappresenta il tentativo (struggente) della memoria di riappropriarsi di qualcosa mentre svanisce. È questa dimensione sognante che avvicina Giulio a quella nostra definizione temporanea di mesi fa: con Spazio Sacro, va detto, è riuscito ad acquisire emotività, evitando di lasciar da sole le parti concrete, riempendole di suono e amplificandone – sempre “in chiave drone” – alcune caratteristiche che lo colpivano. Non sempre in passato era stato attento a quest’aspetto.

Aldinucci nel 2015 ha indovinato anche una collaborazione: The Prelude To, realizzato a quattro mani con Bartosz Dziadosz (Pleq), è un album nel quale il suono di strumenti reali viene trasfigurato digitalmente. Abbastanza giusto, dato il procedimento adottato, menzionare Mathieu nella cartella stampa, possibile anche un paragone con il catalogo Glacial Movements (la parte più “dolce”, non certo Lull o López), magari sottolineando come il risultato finale, anche in questo caso, sia trasognato ed etereo, “shoegaze” nei frangenti più rumorosi come “The Joy Of Loneliness”, un titolo-un programma. Non è un coincidenza che qui sia intervenuto pure un artista Kranky, Christopher Bissonnette, con un remix.


A fine 2015 il toscano ha anche pubblicato Yellow Horse su Manyfeetunder, una traccia di quasi mezzora che è una gigantesca rielaborazione di materiale raccolto negli anni, sempre dunque all’insegna di un discorso sulla memoria. Questa volta, in modo sorprendente, presenta un sound parecchio spigoloso, quasi glitch.

Chiudo con una domanda, non certo rivolta al solo Giulio, che per coincidenza è qui con tre dischi: se persino chi ti segue è costretto a pubblicare articoli cumulativi per poter parlare di tutto quello che fai, non stai forse sbagliando qualcosina? Così… un dubbio…