DOOL, Ryanne van Dorst

Tra le sorprese dell’anno in corso vanno di sicuro annoverati i DOOL, che con il loro Here Now, There Then hanno centrato il bersaglio grazie a una proposta di difficile catalogazione se non riferendosi alla sua anima oscura e a un mood malinconico che ne segue le molte sfaccettature. Tanto intriganti e personali da averci spinto ad approfondire la conoscenza in sede di intervista.

Anche se avete un ricco background come musicisti, quello dei DOOL è un nome nuovo per molti dei nostri lettori. Ti andrebbe di presentare la band e i suoi componenti?

Ryanne van Dorst (voce, chitarra): I DOOL sono una band composta da cinque persone provenienti per lo più da Rotterdam. Alcuni di noi hanno suonato insieme in vari altri progetti (Elle Bandita, The Devil’s Blood) per un buon numero di anni, ma abbiamo deciso di iniziare qualcosa di nuovo poco più di un anno fa. Come molte band e artisti, non ci piace per nulla costringerci all’interno di un genere musicale, eppure credo che la nostra musica possa essere descritta al meglio come ‘dark rock’, nella sua accezione più ampia.

Quali sono stati i principali stimoli che vi hanno portato a unire le vostre forze e fondare i DOOL? Quale aspetto della vostra visione artistica ha trovato terreno comune in questa nuova band?

Onestamente, non abbiamo proprio pensato al tipo di musica che desideravamo proporre sino a che non abbiamo cominciato. La maggior parte delle strutture di base delle canzoni le ho scritte a casa e le ho portate con me in sala prove, in modo che potessimo iniziare a suonarle insieme. Questo è il punto in cui la faccenda ha iniziato a farsi interessante, quando ognuno ha adattato le canzoni alla propria visione, aggiungendo le parti che sembravano adattarsi. Il “terreno comune” evolveva mentre ripetevamo le canzoni ancora e ancora, sino a che abbiamo tutti percepito di essere dove avevamo la necessità di essere. È stato un processo speciale e intenso.

Sebbene la vostra musica sia difficile da catalogare o descrivere, i DOOL hanno una forte impronta malinconica/dark, come una sorta di “trait d’union” tra le differenti sfumature dei vari brani.  Cosa li ispira? Vita reale, film, libri, sogni…

La maggior parte dei testi sono emersi dalla riflessione su noi stessi e sono basati su tutti i desideri trovati dentro di noi. Comunque, la maggior parte di essi sottostanno un po’ a una forma narrativa generale… metafore trovate nel folklore, nelle favole, nei sogni, nelle sostanze psichedeliche… Di base si tratta di temi con un respiro ultraterreno. Spero che questo approccio possa piacere a più persone, senza che vada perso quell’effetto energizzante che hanno su di me.

La vostra musica ci sembra una peculiare commistione di psichedelia anni Sessanta, rock dei Settanta e dark wave degli Ottanta, con una forte componente attuale. Stiamo cercando di capire cosa si possa aggiungere a questo excursus in modo da potere citare anche gli anni Novanta…

La maggior parte di noi è cresciuta negli anni Novanta, dunque credo che in un certo senso sarebbe logico ritrovarli. Non so, è ancora difficile definire con precisione da dove derivi la maggior parte delle nostre ispirazioni musicali, ma siamo felici che tutti i nostri rimescolamenti si fondano così bene insieme. Tutto quello che facciamo è a favore della canzone, non dell’ego.

Su YouTube ci sono alcuni fantastici spezzoni della vostra esibizione al Roadburn e allo Sniester Festival e ho percepito bene la forte energia che siete in grado di condividere con il pubblico, senza contare le vostre capacità tecniche, per cui suppongo amiate la parte live del vostro essere musicisti. Cosa puoi dirci di queste esperienze e dei feedback che avete ricevuto?

Per me, personalmente, suonare dal vivo è la parte migliore dell’essere musicista. Scrivere canzoni è per lo più una necessità irrefrenabile. Registrare è un duro lavoro (come lo è il missaggio), ma, almeno se lo chiedi a me, il palco è dove le canzoni prendono realmente forma. Suonare la musica e vedere e sentire l’energia delle canzoni diffondersi tra gli spettatori, creando un senso collettivo di euforia, è ciò che rende il suonare dal vivo così fottutamente speciale.

È difficile coordinare le tre chitarre sul palco? Avete approcci differenti o, comunque, differenti ruoli come chitarristi?

Non abbiamo mai avuto nessuna difficoltà nell’arrangiare le parti di chitarra. Penso che siamo tre chitarristi molto differenti ma ognuno di noi apprezza le parti degli altri così come le proprie. Tutto è scritto con in mente le canzoni, per cui cerchiamo di concedere spazio per svilupparsi sia ad esse che a noi come musicisti.

Avete una approccio “live” anche quando create musica in studio? Sembra che siate una band che improvvisa molto.

Su disco abbiamo voluto catturare l’organicità che le canzoni hanno quando le suoniamo dal vivo, così abbiamo registrato gran parte delle parti di base (batteria, basso, chitarre ritmiche) nello stesso momento.

Esiste qualche possibilità di vedervi dal vivo nel nostro Paese? Avete in programma di venirci a visitare?

Ovviamente ci piacerebbe venire in Italia! Spero che in un futuro non troppo lontano si possa organizzare un tour che attraversi tutta l’Europa meridionale. Ci sono ancora così tanti paesi per noi da visitare! Siamo appena tornati dal nostro primo tour attraverso l’Europa, ma sfortunatamente l’Italia non era compresa. Abbiamo comunque vissuto dei bei momenti e incontrato molte belle persone.

Per il vostro primo singolo “Oweynagat”  avete realizzato un video che sintetizza bene  il vostro approccio, poiché è al medesimo tempo lineare/diretto ma dotato di forte personalità e capace di colpire. Ti va di presentarcelo e raccontarci qualcosa riguardo al suo concept?

Oweynagat è una grotta in Irlanda, per lo più descritta nell’antico folclore. Gli irlandesi credevano che, durante la fine di Ottobre, la grotta si sarebbe aperta, divenendo un portale attraverso cui accedere al Mondo Sotterraneo. Gli spiriti ancestrali sarebbero risorti dalla grotta, per infestare la terra dei vivi. Sono rimasta affascinata quando ho letto alcuni dei miti che circondano la grotta e ho deciso di scrivere una canzone riguardo a questo tema, aggiungendovi il violino per incanalare lo spirito proveniente dalla grotta all’interno della canzone.

Grazie e mille per il tuo tempo. Sentiti libera di concludere questa chiacchierata come preferisci…

Grazie per il tuo interesse per i DOOL!  Speriamo sinceramente di riuscire presto a suonare in Italia!