DARK SUNS, Everchild

Esiste uno spazio all’interno del quale è possibile esprimere differenti sensazioni, ricorrendo a  soluzioni stilistiche provenienti da altri mondi. I Dark Suns sono lentamente approdati su lidi affini al progressive rock più soft, elevato dagli interventi di sassofono di Evgeny Ring, oltre che dalle linee vocali melodiose e al contempo evocative intessute da Niko Knappe. Le loro composizioni trasmettono una lievità che riporta alla mente i Riverside, con i quali condividono un approccio etereo alla materia, senza perdere di vista il groove di “Escape With The Sun” e i dialoghi strumentali dal retrogusto jazz di “Monster”, quest’ultima accompagnata da versi scaturiti da visioni spaventose e insieme rassicuranti: I fade into an image of my mind / an unfamiliar garden / overgrown by the voices / of your game, just the same / I’ ve done my little bedtime prayer / hoping that your thoughts are on me / let me think that we are not alone / may the angel at hand / that we’ve made out of clay / let all the black winged, illusive creatures and monsters / be anywhere far away from home. In alcuni frangenti i toni si fanno opachi (“Codes”), ma avviene per degli attimi che tendono ad essere diluiti all’interno dell’ampio spettro di colori riflessi dai solchi di “Torn Wings”, di cui l’ascoltatore è invitato a sentirsi parte: I’ve heard the stories of forgotten shores /  I’ve heard the stories of a million / Will you tell me yours. Everchild è un disco consistente eppure abbastanza immediato, la cui conclusione è affidata a una versione inedita di “Yes, Anastasia” di Tori Amos, che ben si integra all’interno del contesto, non lasciando alcun dubbio sulla creatività in dote alla formazione tedesca.