CRIMSON DAWN

Dei Crimson Dawn, dopo la pubblicazione del primo album In Strange Aeons (2013), si è sentito parlare molto bene, ma per un motivo o per l’altro non li abbiamo mai trattati. Chronicles Of An Undead Hunter ci dà la scusa per iniziare ad approfondire la loro conoscenza, grazie a questa intervista cui hanno risposto ben tre membri della band.  A voi…

In Strange Aeons è stato pubblicato nel 2013. Cosa è successo nel frattempo all’interno della band? Avete vissuto dei momenti particolarmente significativi?

Dario Beretta (chitarra, voce): Dopo l’uscita del debut, abbiamo partecipato a diversi eventi interessanti. Segnalerei soprattutto le date italiane in apertura ai Ghost nel 2014, il Malta Doom Metal festival e il Doom Over Vienna. Tutte occasioni in cui abbiamo ottenuto un eccellente riscontro da parte del pubblico. A fine 2015 abbiamo anche pubblicato l’ep At The Cemetery Gates, un’autoproduzione che abbiamo realizzato al fine di cimentarci con un self-publishing totale. Era un’esperienza che volevamo fare e che si è rivelata positiva, anche se ovviamente è sempre meglio lavorare con un’etichetta, se è seria.

Pensi che la vostra musica si sia evoluta durante gli anni intercorsi tra i due album? Se si, in che modo?

Dario: Sì, certamente. L’esperienza dell’ep che ho appena citato è stata molto importante in questo senso, ci ha permesso di sperimentare soluzioni nuove, soprattutto a livello di suoni, che poi ci hanno soddisfatto pienamente e che abbiamo applicato anche nel secondo album. In linea generale, oggi i Crimson Dawn hanno un suono più “organico”, più naturale, se vuoi anche un pelo più anni ’70, pur non avendo voluto fare qualcosa di totalmente retrò ma tenendo i piedi ben piantati nel nuovo millennio. A livello compositivo, abbiamo imparato secondo me a dare più profondità alle nostre due anime principali, quella doom e quella invece più devota all’heavy metal classico, creando un mix assolutamente personale.

Alcuni componenti dei Crimson Dawn sono impegnati anche con altri progetti musicali. In che modo scegliete cosa utilizzare per Crimson Dawn, Drakkar o Betoken?

Dario: Personalmente, non ho mai avuto problemi: quando inizio a lavorare su un riff, o su una melodia, so sempre, istintivamente, per quale delle mie band sto scrivendo. È un processo molto naturale. Nella mia mente ogni gruppo ha una sua identità ben distinta e non è difficile capire cosa si adatta a uno piuttosto che all’altro.

Antonio Pecere (voce): Per quanto riguarda me invece, il problema non si pone, in quanto nei Betoken il compositore è unicamente Ivo Ricci, quindi il mio ruolo è quello di scrivere quanto è necessario tra melodie e testi, per completare la composizione.

La vostra musica affonda le radici nell’epic doom, eppure ritengo che l’utilizzo personale delle tastiere e altri elementi di estrazione heavy vi renda speciali. In che modo nascono i vostri brani? Partite da idee isolate e in un secondo momento le legate in maniera coerente, oppure avete già una visione d’insieme nella prima fase compositiva?

Dario: Il nostro obiettivo è sempre stato quello di creare un sound personale. Tastiere e contaminazioni con l’heavy metal tradizionale non sono certo delle novità assolute per il genere (basti pensare ai Candlemass), ma sicuramente in pochi ne hanno fatto un uso così costante come stiamo facendo noi e questo sicuramente contribuisce a dare alla nostra musica una propria identità. Alcuni dei fan più oltranzisti del doom non apprezzano, ma per quanto ci riguarda riteniamo che la musica debba esprimersi liberamente, non aderire a una serie di regole, e che sia più importante avere un proprio sound che rispondere alle aspettative di chicchessia.

Trovo i vostri testi affascinanti e ricchi di immagini evocative. Potreste per favore addentrarvi in questo aspetto della vostra musica illustrando a grandi linee i loro contenuti?

Dario: I testi sono scritti più o meno al 50% da me e Marco, l’altro chitarrista. Tendenzialmente, ci muoviamo su territori tra la dark fantasy e l’horror. Crediamo fortemente che musica e testi debbano rispecchiarsi a vicenda, andare a braccetto, e la nostra musica è fatta di tensione drammatica, momenti epici, litanie oscure che hanno bisogno di parole adeguate. I nostri testi nascono sempre con l’idea di raccontare una storia, di evadere dal grigiore del quotidiano per perdersi in un mondo diverso, più emozionante, dove tutto può accadere. Questo non significa che noi non si facciano mai riferimenti a situazioni reali o argomenti più personali: ad esempio, “To Live Is To Grieve” è un brano che parla di depressione, del potere dei pensieri negativi sulle nostre vite. Ma nel complesso ci piace sentirci un po’ come dei cantastorie… non del tutto sani di mente.

Talvolta ricorrete alla lingua italiana. Avete mai tenuto in considerazione l’idea di scrivere uno o più  brani interamente in italiano?

Dario: “The Skeleton Key” è il primo brano in cui abbiamo fatto uso della nostra lingua madre. Si tratta di un esperimento che ci ha soddisfatto, quindi non escludiamo di ripeterlo in futuro. Non è semplice perché l’italiano è una lingua poco adatta al metal, essendo piuttosto prolissa e poco fornita di parole tronche. Ma in certi contesti può funzionare, di sicuro richiede maggiore impegno e ricerca rispetto all’inglese.

Antonio: Personalmente è una cosa che prendo in sincera considerazione, e l’idea stessa mi entusiasma abbastanza; ma ritengo che debba essere un’ispirazione che nasce spontaneamente dall’ascolto della musica della canzone.

Cosa potete dirci a proposito del lavoro svolto insieme a Mattia Stancioiu? Ci sono alcuni aneddoti divertenti relativi alle registrazioni che volete condividere con i lettori di The New Noise?

Luca Lucchini (batteria): Dovevi vedermi la prima volta che io, Signor Nessuno, mi sono presentato in studio per le registrazioni del primo album, e davanti mi sono trovato da un lato quello che per me è uno dei migliori batteristi al mondo (Mattia) e, dall’altro, un chitarrista molto conosciuto e con le idee chiare (Dario)… Dario lo può’ confermare, tremavo come un bambino… che ci facevo io lì, davanti a due pezzi di storia del metal italiano? Con Dario eravamo già amici, per cui mi ha aiutato molto nel farmi sentire a mio agio e Mattia, beh, è un artista anche in studio… una valanga di consigli dati in completa amicizia che hanno permesso agli album di migliorare minuto per minuto. Addirittura, durante le registrazioni dell’ultimo disco era spesso seduto accanto a me per vedere assieme come migliorare i vari passaggi… ricordo che io sono autodidatta per cui ho mille lacune. Io l’ho sempre detto: Mattia è il settimo Crimson Dawn.

Mattia ha curato anche la grafica dell’album. Cosa rappresenta e come è  nata l’idea di renderla in questo modo?

Dario: La grafica del libretto, copertina compresa, si ricollega al titolo, che è il nome di un antico libro proibito custodito nelle librerie vaticane. Un’opera oscura, il diario di un misterioso personaggio mascherato con una storia di sofferenze, anche autoinflitte, che si dice desse la caccia a mostri senz’anima, non-morti, a cavallo tra la fine del medioevo e gli inizi del rinascimento. Questo “Scourge Of The Dead” è un po’ la nostra mascotte, essendo apparso sia tra le pagine di “In Strange Aeons…”, sia nei nostri video. E continuerà ad accompagnarci anche in futuro.

Chronicles Of An Undead Hunter viene pubblicato da Punishment 18 di Corrado Breno. In che modo è nata la vostra collaborazione e cosa ne pensate delle altre band sotto la stessa etichetta? Ne seguite qualcuna o le conoscete personalmente?

Dario: Conosco Corrado da quasi vent’anni, ho sempre avuto molto rispetto e stima nei suoi confronti ed è stato un piacere ricevere una sua proposta di contratto dopo avergli inviato l’album da valutare. Tra le band pubblicate da Punishment 18, conosco ovviamente gli Extrema (Tommy lavorava nel negozio di dischi in cui sono praticamente cresciuto e diventato metallaro, perciò…), i Vanexa, gli Ultra-Violence, i Mesmerize (con i quali ho diviso il palco coi Drakkar molte volte)… e sicuramente altri che ora mi sfuggono. Apprezzo che Corrado abbia deciso ultimamente di allargare lo spettro delle sonorità proposte dalla sua label, e la nostra collaborazione va in questo senso a portare sia noi che Punishment 18 verso strade nuove. Spero con soddisfazione di entrambe le parti!

Essendo voi musicisti con alle spalle diversi anni di esperienza, vorremmo sapere in che modo ritenete che la scena metal e in particolare quella italiana siano cambiate nel corso degli anni. I vostri stessi gusti si sono evoluti da quando eravate ragazzi, oppure siete rimasti fedeli ai vostri ascolti adolescenziali?

Luca: Rispondo alla prima parte della domanda: io ho iniziato suonare nel 1990. Erano anni in cui quelle che ore sono considerate le band più famose in Italia si stavano per formare. Tutti ragazzi che suonavano in quel periodo ora si sentono un po’ come degli apripista. C’è un paradosso: in quegli anni trovavi in molti per locali per suonare anche se la tendenza del gestore era sempre la stessa di ora e quindi suonavi se portavi gente. Sotto questo aspetto non è cambiato nulla da trent’anni a questa parte, ma molto è cambiato per quanto riguarda l’approccio alla musica che hanno i musicisti. Non solo c’è più preparazione ma si è anche capito che se vuoi fare qualcosa di importante devi uscire dall’Italia e questo ha portato tante band tra cui anche noi a suonare all’estero e con nomi importanti. Questo ci ha fatto guadagnare in esperienza ma soprattutto ci ha fatto capire che il mercato dell’heavy metal sicuramente non è l’Italia. Ricordo che i Ghost hanno suonato alla tv di stato Francese, per fare un esempio. I fan del genere in Italia sono troppo pochi per permettere ai locali di vivere di musica metal e l’esempio del Colony è quello più lampante che ci sia.

Dario: Personalmente, credo anche io che la qualità della scena italiana si sia molto elevata. Prima, anche i gruppi migliori avevano spesso registrazioni di qualità dubbia, a causa del fatto che in Italia mancavano fonici e produttori che conoscessero davvero il genere. Oggi come oggi, la situazione dei nostri studi è migliorata tantissimo e in generale i musicisti sono molto più preparati, anche perché hanno accesso a un sacco di fonti di informazioni e studio che all’epoca non esistevano. Purtroppo, però, il pubblico questa cosa non la sta premiando, anche band italiane che all’estero hanno un ottimo seguito, qui da noi vengono spesso ignorate. Inoltre, l’Italia è un paese che non ha una vera cultura di musica live, non ce l’ha nel metal come non ce l’ha in nessun genere, non crediate che i concerti blues attirino chissà quanto pubblico. E purtroppo credo che i margini di miglioramento siano davvero pochi. Detto questo, i talenti di sicuro non mancano. Riguardo la seconda parte della domanda, io ho sempre voglia di scoprire cose nuove. Il doom stesso è un genere che ho iniziato ad ascoltare davvero solo intorno ai trent’anni, e mi sono presto ritrovato a suonarlo perché mi ha coinvolto totalmente. Perciò, direi che nel tempo i miei gusti si sono sicuramente evoluti, senza per questo rinnegare le cose che mi piacevano a diciott’anni, ovviamente, che in molti casi mi piacciono ancora.

Che cosa significa per voi il termine ‘doom’ e quali sono per voi le band più rappresentative della vostra maniera di intenderlo (in Italia, ma anche all’estero)?

Luca: Il termine Doom per me racchiude un enorme minestrone di generi, emozioni e sensazioni. In molti associano la parola Doom a una musica lenta. A mio modo di vedere, pur essendo vero in parte, ci deve anche essere quella atmosfera molto melodica e soprattutto triste che spesso e volentieri manca a tanti gruppi che si definiscono Doom. Quest’estate ho letto un’intervista di Mappe dei Candlemass, il quale diceva che non c’è scritto da nessuna parte che il doom deve essere per forza musica lenta. E quindi mi sono trovato perfettamente in linea con il suo pensiero. Ripeto, per me servono atmosfera, malinconia e soprattutto melodia. Personalmente la prima band che mi ha folgorato ovviamente sono stati i Black Sabbath, ma la vera illuminazione l’ho avuta quando ho ascoltato per la prima volta i Candlemass che considero a tutti gli effetti il “top di gamma” per quanto riguarda il genere doom. Ci sono state tante altre band come gli americani Trouble, ma anche in Italia abbiamo fatto scuola su questo genere: penso ai primi Death SS, a Paul Chain, ai Black Hole, fino ad arrivare a Epitaph e All Souls’ Day.

Dario: Anche io, personalmente, identifico il doom metal, più che con il ritmo lento, con un forte senso di drammaticità. Credo che sia una musica molto particolare, capace più di altre di toccare l’anima delle persone, di farle viaggiare in una dimensione parallela. Mi piace anche il fatto che sia una musica estremamente varia, aperta a diverse contaminazioni e influenze, ed è per questo che non apprezzo l’atteggiamento di chi vorrebbe ridurla a un puro esercizio stilistico con paletti e regole da seguire. Anzi, credo che di per sé sia una musica nata per essere anche un po’ anarchica, visto come gioca sulla tensione e sul non “risolvere” gli intervalli quando uno se lo aspetterebbe. Tra i gruppi esteri, a parte i padri Black Sabbath, citerei sicuramente Candlemass, Cathedral, While Heaven Wept, Forsaken e i miei preferiti in questo momento, i Pallbearer. Tra le band italiane, apprezzo particolarmente Thunderstorm, Epitaph e Bretus.

Spesso intervistando band straniere chiedo qualcosa riguardo al loro rapporto con la natura e con la loro terra natia. In Italia questa relazione uomo/natura si sta in parte perdendo a causa della scarsa educazione in fatto di ambiente ed ecologia. Voi che, a quanto mi è dato sapere, vivete in città, come la vivete?

Dario: In realtà, i veri “cittadini” siamo solo io e Marco (viviamo nella provincia di Milano) e Antonio (che sta a Monza). Alessandro ed Emanuele vivono nei pressi di Ravenna e Luca nella provincia veronese, in zone quindi molto meno urbane della nostra e più legate alle vecchie tradizioni territoriali, con tutti i pro e i contro che questo comporta. Personalmente, credo che tu abbia molte ragioni nell’essere preoccupato per il rapporto tra uomo e natura, anche perché gli ultimi sviluppi politici a livello mondiale sembrano andare verso una direzione molto, molto pericolosa, per la serie “risolviamo la crisi fottendo il pianeta”. Da parte mia io posso solo cercare di fare del mio meglio per non eccedere in comportamenti “nocivi”, ma temo che le cose non cambieranno finché non saremo in una situazione così drammatica che forse sarà già troppo tardi…

Grazie per avere risposto alle mie domande. Chiudete pure l’intervista dicendo qualcosa di importante che le mie domande non hanno messo in luce…

Dario: Direi che sei stato molto esauriente, quindi ci limiteremo a salutare chi sta leggendo. Dateci una chance, ascoltateci, venite a vedere dal vivo… insomma, don’t be strangers! Doom on!