BLAAK HEAT, Thomas Bellier

BLAAK HEAT

I Blaak Heat sono Thomas Bellier (Spindrift), Mike Amster e Henry Evans. Nati nel 2008 come Blaak Heat Shujaa, hanno evoluto il proprio suono in una direzione sempre più personale, che li ha portati a realizzare – per Svart Records in Europa e Tee Pee Records negli USA – Shifting Mirrors. Pur affondando le loro radici nel rock psichedelico degli anni Settanta, la loro nuova produzione deve molto della sua forma esteriore alla musica tradizionale del Medio Oriente, cui trae ispirazione anche da un punto di vista tematico. Di questo e altro abbiamo avuto modo di parlare con Thomas, che verrà in Italia con la band al Pietrasonica e suonerà anche al Reverence, del quale siamo media partner…

I Blaak Heat si sono formati a Parigi, ma ora avete la vostra base a Los Angeles. Quali sono le maggiori differenze nell’avere una band in Europa  e negli USA, in termini di esposizione e possibilità di suonare dal vivo, o qualsiasi altra differenza abbiate notato da quando vi siete trasferiti?

Thomas Bellier (chitarra, voce): Vi sono molteplici differenze. Per semplificare, diciamo che vivendo negli USA vieni esposto a molta musica di qualità, di generi e scene differenti. Al di là di questo, le opportunità e le condizioni dei tour per una band underground non sono buone come in Europa. Tutto sommato, è piacevole vivere a Los Angeles, mantenendo un piede a Parigi e girando il più possibile in tour l’Europa. Cerchiamo di prendere il meglio da entrambi i luoghi.

Utilizzate alcuni strumenti tradizionali che donano un’atmosfera speciale alle vostre composizioni. Quali sono e in quale modo scegliete quali strumenti aggiungere? Avete una specifica area di interesse?

L’album contiene oud, kanun (uno zither medio orientale), violino e doumbek. Per ogni canzone abbiamo pensato alle sensazioni che avremmo voluto ricreare e abbiamo registrato di conseguenza gli strumenti tradizionali più adatti allo scopo. Abbiamo tentato differenti combinazioni, in modo da disporre di maggiori possibilità. Una cosa che abbiamo scoperto durante il processo creativo è che oud (strumento a corde tipo liuto o mandolino, usato nei paesi arabi, ndr) e fuzz guitar si combinano davvero bene. Potete percepire questa combinazione nella traccia d’apertura del disco, “Anatolia”.

Normalmente provate avendo in mente gli strumenti tradizionali, oppure li aggiungete durante la fase conclusiva?

Normalmente ho un’idea generale della direzione che una canzone deve prendere, quindi sì, so già in partenza quale strumento tradizionale ho intenzione di includere, in quanto costituisce una parte integrante delle sensazioni che la canzone deve trasmettere. Comunque, le canzoni si evolvono almeno un poco, a mano a mano che il processo di produzione avanza. Per esempio, Matt Hyde se ne è uscito con alcune parti che includevano oud e kanun.

Nelle vostre composizioni vi sono alcune intuizioni che si ripetono e credo che ciò aiuti l’ascoltatore a sentirsi parte di tutto l’album, venendo coinvolto dall’inizio alla fine. Si tratta di qualcosa che avevate in mente quando avete suonato i brani per la prima volta o è un caso?

Sono contento che tu lo abbia notato. Era importante per noi costruire questo disco come un insieme coerente, con una vibrazione sottostante continua e non solo come una fortuita collezione di canzoni. L’idea è di accompagnare l’ascoltatore lungo un viaggio mentale che abbia un inizio, uno sviluppo e una conclusione, proprio come un libro.

“Mola Mamad Djan” è una canzone folk della tradizione afghana, che è stata reinterpretata alla vostra maniera. Altri brani presenti in Shifting Mirrors mostrano un approccio similare, dunque  sorge spontaneo chiedersi se avete preso altri temi tradizionali includendoli altrove all’interno dell’album.

“Mola Mamad Djan” è l’unico tema tradizionale incluso in Shifting Mirrors, tutto il resto è originale. Mi sono immerso in una montagna di musica mediorientale, sia tradizionale, sia contemporanea, il che spiega il perché alcuni dei “temi” di Shifting Mirrors possano apparire come antiche melodie folk. In generale, penso che le migliori canzoni rock siano quelle che inglobano al loro interno melodie di carattere universale, che parlano immediatamente al subconscio dell’ascoltatore.

Shifting Mirrors è prodotto da Matt Hyde, che è conosciuto per il suo lavoro con altre band caratterizzate da un suono assai differente dal vostro. Cosa vi ha spinti a lavorare con lui?

Ho lavorato come ingegnere del suono per Matt sin dal 2013. Abbiamo lavorato insieme a molti progetti eccitanti, come Deftones, Monster Magnet, Soulfly… Mi era dunque del tutto familiare il suo approccio e sapevo che sarebbe stato il produttore perfetto per affrontare un album tanto ambizioso. Necessitavamo di qualcuno che potesse ottenere un enorme suono di batteria e caldi, splendidi toni di chitarra, ma che fosse anche aperto a un qualche tipo di stranezza. Il gusto artistico di Matt era sufficientemente sottile da capire in che direzione stavamo cercando di andare. I Blaak Heat hanno un suono davvero unico, quindi necessitavamo dell’assistenza di un produttore che fosse in grado di comprendere che cosa lo rendesse tale, in modo da spingerlo oltre.

Come sempre, le informazioni promozionali che ho ricevuto parlano di band davvero famose come Amon Düül II e Magma, ma se doveste scegliere al massimo tre band che abbiano un suono o un approccio simile a quello che desiderate per i Blaak Heat, quali menzionereste e perché?

Seguo le band che hai citato perché sono accomunate da una caratteristica: attraversano le frontiere musicali. Questo è il fattore fondamentale. Credo che l’unicità del nostro suono possa spiegarsi con l’ampio spettro di influenze che abbiamo, dalla musica tradizionale Sufi all’heavy metal. In questo senso, penso ai Blaak Heat come parte della discendenza delle band pop psichedeliche medio orientali degli anni Settanta, come quelle della scena psichedelica anatolica turca, che mescolavano baglamas e pedali fuzz. Amiamo in particolare Ersen e Selda.

A volte la musica è vista come una scappatoia dalla vita reale. Cosa pensate a proposito? Come vi sentite nell’essere dei musicisti che con la musica creano una realtà alternativa?

Non so se il nostro tipo di rock psichedelico possa costituire una realtà alternativa o se, al contrario, sia un modo per potenziare la realtà. Spero che le nostre canzoni possano accompagnare l’ascoltatore lungo un viaggio diretto verso alti livelli di coscienza, sia che lo aiutino solo a pensare di più alla musica in generale, o gli forniscano una visione più saggia della vita.

Che mi dici dell’artwork dell’album? Credo che sia decisamente particolare perché appare come un mix tra Art Nouveau e temi mediorientali. C’è un messaggio o un legame con il titolo dell’album?

Assolutamente. La copertina è un’illustrazione realizzata dall’artista inglese Ronald Balfour, tratta da un’edizione del 1920 di “Rubaiyat” di Omar Khayyam. L’editore, Edward Fitzgerald, tradusse il poema in inglese con una certa libertà e aggiunse persino alcuni suoi versi. Le edizioni di Fitzgerald sono un grande esempio di sincretismo culturale dell’incontro tra Oriente e Occidente, con cui quest’ultimo reinterpreta un corpus attraverso una visione mitologica storicamente datata del Medio Oriente. Non siamo alieni a questo processo di appropriazione culturale. È per questo motivo che abbiamo deciso di intitolare l’album Shifting Mirrors, ispirandoci a un concetto sviluppato da Borges nel suo racconto “L’accostamento di Almotasim” (talvolta tradotto come “La ricerca di Almotasim”, incluso nella raccolta di saggi “Storia dell’eternità”, ndr). Attraverso un gioco di spostamento di specchi, nella nostra ricerca del suono perfetto, finiamo per appropriarci di tutti gli elementi che incontriamo lungo la strada e costruiamo qualcosa di veramente unico e personale. Il risultato si spinge oltre la semplice accumulazione di questi elementi.

Quali sono i posti che preferite a Los Angeles? E a Parigi?

Questa è una domanda davvero vasta! A Los Angeles, mi piacciono i bar e i ristoranti alla vecchia maniera, come ad esempio HMS Bounty e Taix. La città sta cambiando davvero rapidamente, quindi è importante onorare I luoghi che raccontano maggiormente la storia di Los Angeles, perché non saranno sempre qui. Come band, ci piace guidare nel deserto per suonare dal vivo e contemplare la natura vicino a Palm Springs e Joshua Tree. A Parigi mi piace trascorrere tutto il pomeriggio bevendo tè alla menta alla Grande Moschea.

C’è qualcosa al di là della vostra vita personale che vi ispira (film, libri, notizie dal mondo…)?

Amiamo ogni genere di vecchi film, da Jodorowsky a Kurosawa sino ad arrivare agli spaghetti western e Dario Argento. Gli scritti di Jorge Luis Borges, Oscar Acosta e Tom Wolfe hanno rivestito un ruolo importante nella composizione di Shifting Mirrors.