BENOÎT PIOULARD

Thomas Meluch da Seattle, il cui nom de plume è Benoît Pioulard, è in giro adesso per l’Europa. Passerà a Udine (Visionario) venerdì 17 marzo e a Trieste (Tetris) il 18. Il suo sesto album per un’istituzione come Kranky, intitolato The Benoît Pioulard Listening Matter, è uscito nell’ultima parte del 2016, raccogliendo ancora una volta quasi solo consensi. La chitarra che sfocia in parti ambient o che da queste scaturisce, la voce diafana e la rappresentazione di un mondo in parte reale e in parte immaginario sono la sua cifra espressiva, qualcosa che si ritrova anche in altri artisti dell’etichetta americana, ma che probabilmente appartiene pressoché da sempre a Meluch, in perenne oscillare tra non-luoghi dell’immaginazione e brani orecchiabili, tra malinconia e serenità.

Intervistarlo ha significato soprattutto ricevere delle conferme: è gentile, riservato, capace di provare ancora meraviglia per la musica e l’arte in generale, dunque non stupisce di vederlo immutabilmente giovane e sbarbato nella sfilza di foto che in questi anni gli hanno scattato, sempre con l’aria di uno che sta pensando alla melodia del suo prossimo pezzo più che ad ascoltare cosa gli dice il tizio dietro all’obbiettivo, nonostante lui sia a sua volta un fotografo. 

La prima volta che ho letto qualcosa su di te era nel 2010, perché collaboravo con una webzine e uno dei recensori mi aveva mandato per la correzione la bozza del suo articolo su Lasted. Sono assolutamente sincero quando dico che apprezzo molto il tuo lavoro, anche se di solito ascolto roba più pesante. Però non so quanto i miei lettori italiani abbiano familiarità con Benoît Pioulard. Quindi racconterò loro che tu cerchi di fondere folk e ambient, e che le tue canzoni sono “intrise della sensazione di quanto la vita possa essere fugace”, come il grande Marc Masters ha scritto di recente. E aggiungerei che a volte la tua musica assomiglia a un ricordo che scompare. Quando sei sul palco, come ti presenti?

Thomas Meluch: Sono, nel mio intimo, una persona timida e “socialmente ansiosa”, quindi la maggior parte delle volte non mi presento e sono un pessimo conversatore tra una canzone e l’altra. Borbotto e balbetto. Però riesco a cantare in modo ok, quasi sempre. Di solito dico “Hi, I’m here from Seattle” se suono molto lontano.

Il primo verso del tuo nuovo album è “I finally found the sound I wanted & it disappeared”. Mi fa pensare all’ispirazione, specialmente alla mia mancanza d’ispirazione. Nel secondo pezzo, sempre del tuo nuovo disco, parli della Musa. Hai mai avuto il blocco dello scrittore?

Oh, assolutamente. Scrivo da vent’anni, quindi ho imparato ad accettare che ci sono ovvi alti e bassi con l’ispirazione, ma il creare è talmente tanto una parte essenziale della mia vita che qualsiasi forma di blocco dello scrittore per me può essere davvero pesante… la soluzione migliore che ho trovato è avere attività secondarie che nutrano lo stesso centro. Dunque a volte provo un nuovo stile di cucina, oppure mi concentro sulla fotografia, sempre se non sento la motivazione di registrare o scrivere. Sedermi calmo può essere davvero difficile per me.

Questa domanda è in relazione con quella che ti ho appena fatto. Hai uno stile riconoscibile e tutto – dagli artwork alla tua immagine personale – sembra riflettere i tuoi suoni. Adesso hai molti album alle spalle: come tenti di evitare la stagnazione?

Sono molto felice che tu abbia notato questa coerenza crossmediale! Cerco di essere il più possibile autoconsapevole, quindi di accorgermi se sto facendo qualcosa di troppo simile al lavoro precedente, o anche se questo qualcosa non è buono abbastanza… Per me è importante che tutto ciò che faccio possa occupare un posto preciso nel mio catalogo e rappresentare dove mi trovavo a un determinato punto della mia vita. Attenzione e intuito sono i fattori-guida più importanti, dato che di solito mi danno tutto ciò che mi serve sapere. Anche il tempo è importante, specie quando si tratta di scegliere l’artwork. Ad esempio, all’inizio pensavo che la foto che sarebbe diventata la copertina del mio album Sonnet fosse abbastanza ok, ma quando ho terminato le registrazione l’ho riguardata e l’ho vista come il completamento perfetto.

E come ti senti quando ascolti la tua vecchia roba? Non sono a mio agio quando leggo le mie vecchie recensioni. 

Ho realizzato alcune cose da teenager che oggi apprezzo nel loro contesto, ma che non verrebbero mai pubblicate se non in forma di cassette e cd-r come poi accadde all’epoca (regalate ad amici), mentre sono e resto fiero di ogni uscita sin dall’inizio della mia partnership con Kranky, nei termini di cosa rappresenta nel percorso della mia vita finora. Ogni disco è una specie di diario con tanti messaggi nascosti al me stesso futuro, nonostante poi io non è che li riascolti così di frequente. Ogni due anni penso a qualche specifica vecchia canzone e la metto su, è come pescare una foto da una scatola.

Mi piace molto anche l’ultima canzone del tuo nuovo album, sia da un punto di vista musicale, sia da quello testuale. In the great conversation of the universe / We’re just someone at the back of the room / Who kind of clears his throat a little bitGli epicurei dicono che gli dei esistono in un altro universe (un’altra stanza?), ma che se ne fregano di noi. Sei epicureo?

Non ne so abbastanza per affermarlo con certezza, comunque di solito io dico di essere agnostico.
Cose come i processi legati alla digestione del cibo mi meravigliano moltissimo, o il fatto che quando l’anno scorso ho rotto il mio polso non ho dovuto fare nulla consciamente per guarirlo. Cerco di lasciare che il mistero mi scivoli addosso, e di dire “ok”.

Abbiamo letto tutti che quest’album è stato composto nel corso di un periodo difficile. L’arte e la musica sono una sorta di terapia per te (come per molti di noi)? O è stato così solo questa volta?

Dicevo prima che ogni disco è una specie di diario. Similmente il processo di scrittura e registrazione è un modo di affrontare la confusione, le delusioni e la sofferenza. Mi chiedo spesso come le persone possano affrontare certe situazioni senza avere uno sfogo creativo, perché è così vitale per me e per capire la gente, il mondo… E ancora non capisco, ma fare un po’ di rumore di sicuro aiuta.

Mentre pensavo alle domande per quest’intervista, mi sono di nuovo innamorato di Kranky: Deerhunter, Disappears, Stars Of The Lid, Jessica Bailiff, Grouper, Tim Hecker, Pan•American… sembra che tu abbia trovato casa in quell’etichetta. Come descriveresti il tuo rapporto con Kranky? E che rapporti hai con gli altri artisti dell’etichetta?

È la cosa più vicina a una famiglia che io riesca a immaginare. Mr. Kranky (preferisce che lo chiamino così) è una persona saggia e intelligente, che usa anche l’intuizione come faro per l’etichetta, e io posso solo che rispettarlo. Sono stato inoltre molto, molto fortunato ad andare in tour con altri componenti della famiglia Kranky (Windy & Carl, Loscil, A Winged Victory For The Sullen) e il weekend dedicato al ventesimo anniversario dell’etichetta (2013) è stata una delle esperienze live più grandiose della mia vita, sia da musicista, sia da spettatore. Ancora non riesco a credere di essere parte di questa storia, quando ci penso.

Ho adorato A Fragile Geography, il disco del tuo amico Rafael Anton Irisarri, che ho intervistato a fine 2015. Penso che abbia raggiunto un nuovo livello con quest’album. Secondo me, avete molto in comune da un punto di vista musicale (lavorate spesso assieme). Non so come e quando la vostra amicizia sia iniziata. Ci racconti questa storia?

Rafael si è occupato della mia performance al festival Decibel di Seattle nel 2009, dove ci siamo incontrati, diventando subito amici… Nonostante abbiamo background e processi creativi diversi, non sono mai stato così tanto in armonia a livello collaborativo, in più lui è una persona fantastica, intelligente e in pratica uno della famiglia. Spesso poi lui parla di me come di un suo fratello più piccolo. Ancora più importante è che quando lavoriamo assieme lui è un gran direttore d’orchestra: registra e tratta la mia voce in maniera differente da come farei io, e se io sto componendo una parte per qualcosa, lui arriva sempre col suggerimento perfetto per adattarla davvero a ciò che stiamo facendo. In questo senso credo che i nostri dischi col nome Orcas siano il perfetto fifty/fifty quanto a idee e influenza reciproca.

Suonerai anche in Italia presto (il 17 marzo al Cinema Visionario di Udine e il 18 al Tetris di Trieste). Ho letto che viaggi da solo. È difficile andare in giro da solo e gestire tutti gli aspetti della cosa senza l’aiuto del resto di un’ipotetica band? Ti è difficile poi ricreare sul palco il lato ambient dei tuoi album e allo stesso tempo suonare la chitarra e suonare?

Per una questione di necessità le mie performance live di solito sono spoglie, basilari (chitarra, voce, pedali e nastri), ma ho faticato per rendere i miei set coinvolgenti e rappresentativi di una particolare estetica, pur essendo adeguatamente differenti dal mio lavoro registrato. Viaggiare da solo è ok per la mia personalità, a mi vanto di essere puntuale e attento al dettaglio, quindi penso di essere un buon tour manager di me stesso. Faccio un sacco di parole crociate e ascolto un botto di podcast scientifici e “true crime”.