ALUNAH, Solennial

Esistono formazioni che pur avendo uno stile personale, paiono mancare di quel qualcosa in più che possa fare la differenza. Gli Alunah hanno sempre fatto parte di questa categoria e nonostante a un primo ascolto appaiano contraddistinti da un suono accattivante, sulla lunga distanza annoiano. Questo almeno era ciò che si poteva pensare ai tempi del primo ep Fall To Earth (2008), ma anche successivamente, quando realizzarono il debutto Call Of Avernus (2010) per poi migrare su etichette di una certa importanza quali PsycheDOOMelic e Napalm.

Il più recente passaggio su Svart fa si che Solennial finisca tra gli album da recensire per The New Noise e che sorga spontaneo il dubbio di essersi persi qualcosa. A partire da “The Dying Soil” è percepibile un’atmosfera lievemente oscura cui fanno da contraltare le eteree linee vocali offerte da Sophie Day, ma anche una risolutezza non rinvenibile tra i solchi del predecessore Awakening The Forest (2014). Chitarre dal suono vagamente desertico si lasciano andare a riff inaspettatamente profondi, sorretti da una sezione ritmica (Dan Burchmore al basso e Jake Mason alla batteria) meno statica che in passato. Tale evoluzione si rivela all’interno dei singoli brani e ne pervade un po’ ogni nota, tanto che pur non essendovi enormi differenze tra “Light Of Winter” e gli altri episodi plasmati dalla band inglese, non vi è nemmeno un riempitivo. Lo stile è rimasto pressoché immutato, ma la presenza di assoli ispirati e di un inatteso gusto melodico (“Petrichor”) rendono scorrevole tutto il lavoro, in particolare l’evocativa cover di “A Forest” dei Cure.