ALTAR OF OBLIVION

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Chi è solito leggere The New Noise, in linea di massima conosce i gusti musicali di chi ci collabora, ma dato che si tratta pur sempre del recensore di una webzine, non può sapere cosa lo muova a scrivere ogni settimana una manciata di righe per delle recensioni o alcune domande per le poche interviste che – di tanto in tanto – decide di sottoporre ai musicisti più meritevoli di tale attenzione.

Questa è l’occasione per parlare un po’ di me, ovviamente senza annoiare: nella vita di tutti i giorni, oltre a essere un appassionato di musica, sono anche un avido lettore. Questo interesse mi ha portato a studiare Lingue e Letterature Straniere e in particolare lingue scandinave. In Danimarca ci sono una miriade di band di alta qualità, sia nel metal, sia (soprattutto) nella musica cantautorale in lingua danese, ed è quindi un grande piacere ritrovarsi a recensire un disco di una band di quelle parti, ancor più se si tratta di una delle mie preferite. Quest’intervista, ovviamente, è stata effettuata in danese (con conseguente spasso da parte del sottoscritto in fase di traduzione) e costituisce un notevole motivo di vanto.

Gli Altar Of Oblivion tornano a distanza di quattro anni dalla loro ultima pubblicazione e lo fanno con un ep che, nonostante l’esigua durata, mantiene intatta la qualità della musica proposta e lascia ben sperare per il futuro. Barren Grounds li vede esplorare territori in parte inusuali e potrebbe costituire il ponte tra la loro passata produzione e ciò che il futuro gli riserverà. Dei quattro brani inclusi nell’ep e di molto altro, abbiamo avuto il piacere di discorrere con il disponibilissimo Martin Sparvath. A voi…

Iniziamo: perché avete scelto un nome come Altar Of Oblivion? Che cosa significa per voi?

Martin Sparvath: Volevo identificare la band con un nome che ne rispecchiasse sia la musica che i contenuti. Nel 2005, dopo avere acquistato lo splendido debutto dei Coven, Witchcraft Destroys Minds And Reaps Souls, il cui libretto interno include l’immagine di un altare sacrificale, mi decisi per integrare la parola ”altare” nel nome. Il nostro demo del 2007 The Shadow Era è un concept inerente la Battaglia di Stalingrado durante la Seconda Guerra Mondiale nell’inverno 1942-1943 dalla parte del fronte orientale tedesco: Altar Of Oblivion (altare dell’oblio) è l’altare dove tanto i civili quanto i soldati furono sacrificati nel nome del nazismo e del comunismo e perciò finito nell’oblio.
”Altare dell’oblio” può essere interpretato anche in altri modi e nel nostro secondo album del 2012 Grand Gesture Of Defiance, che è un concept su una setta religiosa fanatica, rappresenta l’altare dove le persone si sacrificano nel nome delle religioni.

Come è nata la band? Chi ha preso l’iniziativa e quale era il vostro scopo iniziale?

Nel 2004 iniziai io, Martin Sparvath (chitarra evoce), a jammare insieme ad Allan Larsen (batteria), il che risultò in un duo doom metal chiamato Summoning Sickness. Per la ”band” composi dieci brani primitivi di ispirazione Pentagram, Black Sabbath e Candlemass, dei quali otto furono registrati in una versione primigenia durante le prove. Nel 2005 ribattezzammo la band Altar Of Oblivion e decidemmo di andare alla ricerca di un vero e proprio cantante e di un bassista, in modo da completare la formazione. Alcuni brani dei Summoning Sickness sono poi stati trasformati in canzoni degli Altar Of Oblivion, tra le altre ”The Narrow Gates of Emptiness” e ”Salvation”, che sono stati le prime due che ho scritto per i Summoning Sickness.
Il nostro scopo era a quel tempo solamente quello di scrivere alcuni numeri ispirati alla musica con cui stavamo crescendo in quel preciso momento. Eravamo molto inesperti, non particolarmente lungimiranti, prendevamo un giorno alla volta e in generale non eravamo molto seri per quel che riguardava il progetto.

Da cosa traete ispirazione quando componete o suonate live?

Posso parlare solo per me stesso in questo caso: traggo ispirazione da qualsiasi cosa quando compongo nuovo materiale. Posso trovarla in tutto ciò che mi circonda, sia vivo che morto: la natura, film/serie, religione, guerra (e pace), potere/impotenza, relazioni personali/umane (e mancanza di entrambe) e nondimeno musica in tutte le sue forme. Cerco di mescolare queste cose in un cocktail, che deve risultare in un prodotto finito e convincente.
Quando suoniamo dal vivo ci lasciamo trascinare gli uni dagli altri e insieme cerchiamo di interagire con il pubblico, che ancora ci dà rinnovata energia sulla scena. Dopo aver suonato con diverse band e progetti nell’arco di molti anni, ho realizzato quanto il pubblico conti per la riuscita di un concerto. Devi raggiungere un certo livello di unità, una simbiosi feconda e inseparabile.
Negli Altar Of Oblivion siamo ancora inesperti per quanto riguarda i live e abbiamo molto da imparare. Fortunatamente, credo, abbiamo il potenziale per diventare una buona live band e si tratta solo di uscire fuori dare fuoco al palco. Fortunatamente abbiamo in Mik Mentor un frontman che con la sua influenza e la sua ugola stentorea riesce ad andare in scena e abbracciare tutte le persone tra il pubblico.

Barren Grounds è – come Salvation – un ep, ma sembra più classico. Intendo dire che non contiene una canzone atipica quale ”Salvation”, ma posso ben comprendere che sia un poco diverso rispetto a Grand Gesture Of Defiance. Perché avete scelto questo formato?

Non ho davvero mai pensato che l’artwork di Barren Grounds porti alla mente più un lp piuttosto che un ep, ma non sei il primo ad avvallare questa idea. Un giornalista ha recensito l’ep come se fosse stato un lp e la sua unica critica è stata che l’album era troppo corto… Il pittore tedesco Johann Adolf Lasinsky è l’autore del dipinto ”Eifelmaar” (1841) che decora la copertina, in quanto rispecchia a perfezione il contenuto dei testi e nondimeno l’aspetto sonoro.
Nel 2013 abbiamo registrato due numeri (”Barren Grounds” e ”State Of Decay”), che sarebbero dovuti essere pubblicati su un 7”, ma dal momento che la fase di mix e mastering si protraeva ripetutamente, abbiamo scelto di riregistrare alcune parti della musica. Nella stessa occasione abbiamo registrato ”Serenity” e ”Lost”, per trasformare e ampliare così il tutto in un ep, in modo da avere qualcosa in più da offrire dopo non avere pubblicato nuovo materiale in oltre quattro anni.

Ho sempre letto i vostri testi con grande interesse, così sono curioso di sapere qualcosa in più a riguardo. Che cosa avete raccontato in Barren Grounds?

Mi fa piacere sentire che ti immerga anche nell’universo concettuale degli Altar Of Oblivion e che per te abbia del significato. ”Serenity” e ”Barren Grounds” possono facilmente essere considerati separatamente, ma sono legati dal punto di vista concettuale e inducono ad approfondimenti e riflessione. Le canzoni parlano di un uomo che sta a un punto di svolta della propria esistenza e non sa quale strada debba intraprendere. Per tutta la vita ha inseguito i sogni di altre persone e ha fatto ciò che gli altri si aspettavano da lui.
Ora si trova pronto a tagliare il legame con il suo passato e si regge sulle proprie gambe, ma si rende presto conto che tale legame è più forte di quanto assunto in un primo momento. Egli prova disperatamente a scegliere la propria strada, ma casca per tutto il tempo in vecchie abitudini e inizia velocemente a girare su se stesso in un ”paesaggio deserto e dorato” (”Barren Grounds”). Il lago della copertina rappresenta la liberazione dal suo passato, che lui purtroppo non ha la capacità di raggiungere, nonostante si trovi nelle immediate vicinanze.
Il numero che chiude l’ep, ”Lost”, lo scrissi quando nel 2012-2013 abitavo nella Groenlandia Nord-Occidentale, il cui paesaggio mi ha ispirato gli aspetti lirici della canzone. Abitavo a Ilulissat, che si trova a Nord del Circolo Polare Artico e ha il sole di mezzanotte in maggio, giugno e luglio, e ciò ha permesso alcune fantastiche esperienze. Ricordo che nel pieno della notte, con il sole che brillava da un cielo chiaro, uscii nella montagna deserta e camminai lungo il fiordo ghiacciato pieno di iceberg, con nelle orecchie l’appropriato per quell’occasione Storm Of The Light’s Bane.
Una notte, in cui stavo a guardare il mare nella Baia di Disko, accompagnato da un silenzio totale, escluso il movimento degli iceberg, me ne uscii con il seguente testo, che costituisce i primi versi della ballata ”Lost”:

Casting a Shadow on lonely Scenery
Pale and forlorn, like a Painting brought to Life
Sharing common Ground with a State of Carelessness
Adrift in a nameless Sea, an eternal Nothingness

Parlo dopo di “State Of Decay”, perché so che hai una domanda.

“State Of Decay” sembra essere un poco meno oscura rispetto ad altre vecchie canzoni degli Altar Of Oblivion. Ci sento più melodia e l’assolo di chitarra è stupendo. Che cosa intendevate comunicare attraverso questa canzone?

Non ho proprio minimamente pensato che ”State Of Decay” dovesse essere meno oscura del nostro altro materiale. Tuttavia il testo si discosta leggermente da molti precedenti, in quanto non tratta di qualcosa di concreto, ma è solamente il risultato di idee sparse e frammenti venuti fuori mentre lo componevo, che ho in seguito assemblato in un insieme coerente. Il testo di ”State Of Decay” è come derivato dall’heavy metal degli anni Ottanta, ed è stato liberatorio scrivere subito quello che veniva fuori durante il processo creativo.
La scrittura differenzia il brano da tutto il resto che abbiamo fatto sinora, dal momento che la sua struttura non è la ripetizione di qualcosa con cui ci siamo già confrontati in precedenza. Lo considero come un viaggio sonico con diverse fermate lungo la strada, che ne fanno una delle canzoni più dinamiche da noi create. Inoltre include elementi provenienti tanto dall’heavy metal di ispirazione anni Ottanta, quanto sfumature di metal estremo, che mostrano quanto gli Altar Of Oblivion siano un’unità versatile, che non ha timore di confrontarsi con diversi generi.
Sono felice che tu abbia apprezzato l’assolo, in quanto io stesso lo considero di successo…

“Barren Grounds” ha qualcosa di tipicamente americano (mi ricorda Iron Man e Unorthodox, …) ed è atipica per voi. Quale tipo di doom ascoltate di più?

Conosco Iron Man e Unorthodox di nome, ma non penso abbia mai ascoltato nulla del loro materiale. Tuttavia ti do ragione nel dire che ”Barren Grounds” è leggermente atipica se considerata all’interno del nostro catalogo precedente. Il pezzo, che è stato scritto in collaborazione tra me e il nostro ormai ex chitarrista, trova le proprie radici nel doom tradizionale e posso sentirvi l’ispirazione sia di Candlemass che di Black Sabbath. Tuttavia sarà l’ultima volta che saremo alle prese con il doom tradizionale, dato che nessuno all’interno della band ne è un grande sostenitore. Una volta detto questo, trovo che il brano sia venuto fuori ottimamente.
Stravedo soprattutto per diverse forme di musica ispirata agli anni Ottanta, che siano esse metal oppure pop malinconico. Ho sempre trovato gran parte del doom metal noioso, in quanto molte band del genere sono eccessivamente concentrate sulla loro modalità espressiva e non riescono a svincolarsi da una certa tipologia di arrangiamenti e fanno semplicemente uso di paesaggi sonori poco dinamici, nei quali a prevalere sono gli accordi di quinta.
Detto questo, la mia band preferita sono i Black Sabbath, che erano molto più versatili ed innovativi di qualsiasi altra band (metal) con cui ho familiarità.

Vi seguo dai tempi della pubblicazione di The Shadow Era e penso che abbiate un suono personale. Vi interessate degli aspetti tecnici degli strumenti? Per esempio, ricorrete a strumenti vintage e li cercate in ogni negozio specializzato? Che cosa utilizzate?

È trascorso parecchio tempo da quando ho ascoltato The Shadow Era, che contiene un paio di buone idee. Al di là di una produzione tutt’altro che professionale, l’interazione tra i musicisti non è certo al primo posto… Da un punto di vista compositivo, nella mia ottica, i brani non mancano di nulla e infatti abbiamo ri-registrato ”Wrapped In Ruins” e ”Threshold To Oblivion (My Wrecked Mind)”. A un certo momento ho anche pensato di riregistrare ”Through The Night” e ”Line Of Ejection”, e forse includerle in un ep. Ho detto abbastanza sul demo, quindi vado dritto alle tue domande: non ho mai approfondito particolarmente né la teoria musicale, né i suoi aspetti tecnici riguardanti la strumentazione. Il mio strumento principale è la chitarra e utilizzo anzitutto una Ibanez del 2010. Ho altre quattro chitarre: una Hamer (1986), una Epiphone (2003) e due chitarre acustiche più economiche. Inoltre ho un basso a cinque corde, alcuni microfoni per la voce, una tastiera midi della Yamaha e un piccolo studio portatile, che di tanto in tanto ho utilizzato, tra le altre cose anche per molte parti dell’ep Barren Grounds.
Sino ad oggi ho utilizzato in sala prove e nelle situazioni live un vecchio amplificatore Peavey, che ho appena sostituito con uno che mi permette di ottenere un suono più professionale, insieme a un Behringer FCB1010 MIDI Foot Controller. Sono avvenuti molti eventi significativi e cambiamenti all’interno della band durante l’ultima metà anno, sia per quanto riguarda la nostra line-up (e la sua impostazione), sia per la strumentazione e la struttura della musica.
A proposito di ciò, sono proprio la persona sbagliata a cui porre queste domande, in quanto gli altri membri della band, in particolare il bassista e il batterista, si interessano un bel po’ di più degli aspetti tecnici. Al fine di rispettare il termine per questa intervista, mi sono sentito in obbligo di rispondere da solo a tutto, ma posso rivelare che sia il bassista che il batterista sono degli intenditori di strumenti e di suono. Loro producono e si occupano degli aspetti delle fasi di registrazione della musica.
Infine posso riferire che il nostro bassista utilizza un Fender e il batterista è fedele a TAMA.

Ultimamente c’è un’inflazione di musica che vorrebbe essere “doom”. Che cosa significa questa parola per voi?

Sì, c’è sicuramente stata un’inflazione nel suonare doom metal, il che ha fatto emergere una vasta gamma di nuovi sottogeneri quali sludge, stoner, death/black-doom… ma a essere onesto non ho seguito sul serio nulla di tutto ciò, a causa della mancanza di tempo e curiosità per la vastità del genere doom. Come è stato il caso dell’heavy metal e del power metal, il trend ha annacquato la musica e i suoi valori, motivo per cui ho da tempo perso interesse.
Altar Of Oblivion è un’unità di quattro individui, dove io sono di fatto quello che ascolta di più metal, laddove gli altri si sentono più a casa ascoltando musica rock. Il nostro cantante ha un background operistico e ascolta innazitutto country, singer/songwriters e fusion rock strumentale degli anni Sessanta e Settanta. Attualmente ascolto soprattutto synthwave, pop malinconico anni Ottanta e black/death metal.
Sono stufo di annoiarti con il nostro entusiasmo lacunoso per il doom… Se vuoi, mi puoi consigliare alcune doom metal band magistrali che vadano al di là delle più comuni.

Avete mai pensato di comporre alcune canzoni in danese?

Ho di fatto scritto una manciata di canzoni per gli Altar Of Oblivion con testi in danese, ma non ne sono del tutto soddisfatto, in quanto penso che la mia lingua manchi di profondità poetica, quando si compone metal. Inoltre, credo sia una grande sfida il non ottenere linee vocali e testi a buon mercato, di basso livello oppure cheesy, quando si canta ricorrendo al danese in un registro metal. Forse la mia mancanza di volontà nello scrivere nel mio idioma ha qualcosa a che vedere con il fatto che io stesso sia danese e ho la lingua vicino a me durante la mia vita e quindi sono un poco prevenuto. Ho ad esempio ascoltato molte metal band italiane, che con grande successo integrano la stupenda lingua italiana nella loro musica.
L’inglese è da sempre stata la lingua preferita per scrivere all’interno del genere metal, ma ovviamente e per fortuna ci sono delle eccezioni che confermano la regola. Ho scritto in danese alcuni brani di pop anni Ottanta e lì si adatta maggiormente. Una volta detto questo, ho composto alcuni brani per gli Altar Of Oblivion in tedesco e ho intenzione di integrare in ogni caso almeno un brano in lingua tedesca in un prossimo album, in maniera che possa adattarsi al contesto.

Quali sono i vostri cantanti danesi preferiti?

Questa è solo una piccola selezione di cantanti (sia uomini che donne) che hanno significato molto per me nel corso degli anni: King Diamond, Sebastian, Peter A.G (Gnags), John Mogensen, Ivan ”Mullet” Pedersen (Laban), Dodo Gad, Ulla Cold (Rocazino), Nanna, Kim Larsen, Anne Linnet, Kasper Winding, Tommy Seebach, Steffen Brandt (TV2) e Jesper Binzer (D-A-D). Approfondirei volentieri la mia scelta, ma ho il timore che diverrebbe una sin troppo lunga trattazione da dottorato. Al suo posto, desidero incoraggiare la gente a puntare sugli artisti che dopotutto possono essere trovati facilmente su internet in questi tempi moderni…

Cosa potete dirci invece a proposito dei vostri scrittori (danesi) preferiti?

Ammetto limpidamente che è raro che mi prenda la briga di prendere un libro e leggerlo, ma quando infine accade, si tratta per lo più di libri in tedesco o inglese, inerenti religione o Seconda Guerra Mondiale. Quando ero pre-adolescente, leggevo un libro di letteratura al giorno, ma risale a molto tempo fa l’ultima volta che ho letto qualcosa di un autore danese. Tuttavia ricordo che durante la scuola primaria e secondaria ci siamo imbattuti nelle opere dei seguenti autori: Kirsten Holst, Klaus Rifbjerg, Peter Seeberg, Henrik Pontoppidan, Peter Høeg, Jeppe Aakjær, Michael Strunge og Hans Scherfig.

Ho sempre amato la Danimarca e apprezzo molti suoi luoghi, per esempio Lejre o Skagen… Quali e perché sono i vostri luoghi preferiti in Danimarca?

Di fatto non sono mai stato a Lejre, ma mi hanno raccontato che si tratta di un posto stupendo. Skagen l’ho visitato due volte; la prima volta durante l’estate 1990 con mia madre e il mio patrigno di allora. Conservo una bella immagine di lui e me che stiamo sulla punta estrema della terra ferma, con un piede in un mare e l’altro in un altro, rispettivamente Skagerrak e Kattegat.
Sono nato a Tarm e ho trascorso la mia prima infanzia in questa piccola cittadina, non molto lontano dal Vesterhavet, dove andavo spesso da bambino. Là viveva mio cugino, con cui al tempo avevo abbastanza a che fare, molto vicino a Vesterhavet e rammento molte belle scampagnate vicino all’acqua, con il vento nei capelli e il ghiaccio nelle mani. Purtoppo risale a molto tempo fa l’ultima volta che sono stato a Vesterhavet, ma credo che presto tornerò giù da quelle parti.
Durante tutta la mia crescita, la mia famiglia è stata spesso in una casa di vacanza ad Horne nel Sydfyn, dove si finiva per andare nelle piccole isole dell’arcipelago, che d’estate è indescrivibilmente affascinante e divertente. Ho conosciuto molti marinai, mangiato un sacco di gelato e fatto saltare un sacco di pietre nell’acqua. Una volta detto questo, ci sono ovviamente molti luoghi in Danimarca che vale la pena conoscere e visitare e io generalmente non sono portato a fare il turista nel mio stesso Paese.

Quali sono i vostri piani futuri?

Durante l’ultimo anno gli Altar Of Oblivion hanno assistito a dei grossi cambiamenti, che hanno coinvolto il batterista e il secondo chitarrista. Siamo stati fermi per molti anni e per rimettere la barca sulla giusta rotta, mi sono visto costretto a prendere determinate decisioni e apportare delle modifiche. La nuova formazione ha ora circa sei mesi e abbiamo utilizzato tutto il nostro tempo per mettere insieme e suonare un nuovo album che si intitola Seven Spirits, che sarà completo agli albori del 2017. Lo stile di questo nuovo disco sarà un poco diverso e abbiamo preso le distanze dal doom metal, integrando al suo posto elementi heavy metal anni Ottanta, insieme ad alcuni passaggi di metal estremo. Sono sempre stato fan di Metallica, Megadeth, Queensrÿche, Slayer, Morbid Angel, Judas Priest, Black Sabbath… e ciò sarà evidente all’interno del nuovo materiale.
La band è stata costituita nel 2005 e da allora non abbiamo suonato molti live, cosa che vorremmo fare volentieri in futuro. Con la nuova formazione ho acquisito maggiore coraggio e vado incontro al futuro con maggiore ottimismo.

Grazie di tutto. Puoi concludere l’intervista dicendo qualcosa che ritieni importante e che le mie domande non hanno messo in luce…

È stato un piacere rispondere a questa intervista ed è raro farlo nella propria lingua madre, il che è stato eccezionale. Il tuo danese è buono e mi auguro che tu abbia trovato le mie risposte soddisfacenti e stimolanti. Molte grazie per le domande interessanti e tutt’altro che convenzionali. A nome degli Altar Of Oblivion, ti ringrazio.